New Orleans – Sesta copertina

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Canal Street, Mardì grass, French Quarter, “Basin Street Blues”, Superdome, “Moon over Bourbon Street“, “Easy Rider“, Elia Kazan, Marlon Brando & Vivien Leigh(insopportabile), Cafè Du Monde, Walter Hill, Louis Armstrong, Preservation Hall

Questi sono alcuni dei nomi, dei luoghi, dei riferimenti che mi passavano per la testa mentre stavo atterrando a New Orleans.
L’impatto più forte, dal taxi che dall’aeroporto mi portava all’Hotel, fu la vista del SuperDome. Riaccese immediatamente il ricordo! La memoria divenne palpabile, realtà. Era stato il simbolo di tutte le immagini passate in tv, nelle notti dell’agosto dell’anno prima, quando le cronache avevano invaso le trasmissioni e ci avevano fatto seguire, praticamente in diretta, l’acqua che sommergeva le strade di New Orleans.
Ogni giorno nel mondo avvengono tragedie, disgrazie, eventi drammatici che la televisione  e, adesso anche la rete, amplificano e ci fanno conoscere e seguire in diretta. Nel 2005, ad agosto, alla fine di agosto, io ero stato impressionato da “Katrina” e quando, l’anno successivo, decisi di fare un viaggio negli Stati Uniti l’idea di inserire New Orleans  tra le mete del mio itinerario fu una decisione sofferta ma ineludibile.
Arrivai con un volo della United, partito da Washington, dove aveva piovuto per due giorni di seguito. Mi ero infreddolito e raffreddato e patii la climatizzazione del volo. Le hostess sorridevano della determinazione con cui mi proteggevo con un cappuccio la testa e di come  mi ostinavo ad chiedere le bibite sottolineando: “NO ICE“! Non era cosa consueta per loro, sembravano stupite…
New Orleans mi accolse con un clima caldo, protettivo, ammiccante.
In albergo notai l’impeccabile lucentezza di ogni ambiente, pavimento, arredo. Ogni suppellettile era lucidato di fresco, sui mobili non c’era il minimo filo di polvere, gli specchi brillavano. L’accoglienza del personale era premurosa. L’albergo era nel pieno centro, a sinistra di Canal Street a cinquecento metri dal French Quarter.
Sceso in strada, le sorprese che New Orleans aveva in serbo mi vennero incontro una ad una, ed ebbero l’effetto di una doccia fredda. Un pugno allo stomaco. Di un risveglio tranciante.

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Canal Street – Un tram che si chiama desiderio

Passeggiavo lungo Canal Street, davanti a me, sulle rotaie  fiancheggiate da palme altissime, transitava un tram, verde. Subito partii con la citazione e con il ricordo della trama del film. Un Marlon Brando all’inizio di carriera tutto carattere e bicipiti. Una Vivien Leigh insopportabile e i vincoli di New Orleans a far da scenario a un cult degli anni ’50. Ogni velleità letteraria evocatoria lasciò però spazio ad una percezione netta di disagio e perplessità.  Le strade che portavano verso il French Quarter erano deserte. Le vetrine dei negozi protette con assi che ne impedivano l’accesso e ne proteggevano l’esproprio. Di fronte a molte case erano ammucchiate cataste di rami recisi, detriti, infissi distrutti. I segni che Katrina aveva lasciato erano lì di fronte a me. Indugiai ancora proseguendo lungo il percorso delle rotaie del tram ma dopo alcuni isolati le sporadiche presenze di passanti si diradarono ed anche l’illuminazione stradale si andava affievolendo. Per strada non c’era più nessuno. Intravedevo ombre che si  muovevano, incontrai gruppi di adolescenti che ascoltavano musica seduti sui gradini  di negozi barricati, con bottiglie in mano. Consultai la mappa e decisi di affrettare miei passi.

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New Orleans – French Quarter

Giunsi in breve nel centro del piccolo quartiere che sorse negli ultimi anni del 1700, ricostruito sulla struttura del precedente villaggio spagnolo. Costruzioni di uno o due piani. Ringhiere dei balconi in ferro battuto e porticati sorretti da piloni essenziali, stilizzati, spesso ancora in legno. Sotto i porticati,  locali storici con arredi originali. Bourbon Street. Basin Street.I nomi delle vie  iniziarono a rievocare le mie riminiscenze musicali. Royal Street e St. Louis Street. Rampart, Burgundy e Dauphine Street. Mi sembrava di essere al centro di una compilation. In questi locali avevano suonato tutti i più grandi musicisti del jazz e non solo.
Quella sera non c’era nessuno!
Cenai.
Coccolato dai cuochi e dal personale di uno degli innumerevoli ristoranti Cajun!
Quindi ritornai in albergo. Feci attenzione sulla strada del ritorno. Affrettavo il passo ogniqualvolta  mi sembrava di vedere ombre muoversi.
La mattina successiva compresi meglio perché l’albergo fosse così lindo e luccicante. Non c’era pressoché nessun ospite.
In una sala che poteva contenere centinaia di coperti non c’erano più di una decina di persone che facevano colazione. Mi sbrigai in fretta ed uscii in strada. Mi diressi alla  Canal Street e la segui  verso ovest, quindi mi decisi a prendere il tram e a seguire fino alla Carrollton Street. Questo era il limite delle zone meno colpite . Da quel punto seguendo a nord verso la riva del Lago Pontchartrain, l’uragano aveva generato i disastri più ingenti con alcune zone completamente rase al suolo.
Io mi fermai. Scesi dal tram. Oltre non andai.

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New Orleans – Canal Street

Dopo un anno da quelle terribili giornate, nei luoghi che ho visitato restavano i segni evidenti del disastro ed erano ben presenti e visibili quelli dell’intervento di recupero e ricostruzione. Facevo fatica a dimenticare che il numero delle vittime riferibili a Katrina era superiore  a 1800 persone. Non ho avuto il coraggio di andare in quei luoghi. Non sarebbe servito a nulla. Forse avrebbe affievolito la mia curiosità, forse l’avrebbe ammansita. Ad altro non sarebbe servito. Non sarei stato in grado di scattare una fotografia, seppur durante quei  giorni negli Stati Uniti ne avessi fatte oltre 5.000.
Scesi dunque dal tram e ripresi a passeggiare.  In pratica arrivai fino al Mississippi, costeggiando il parco di Audubon e ripresi la St.Charles Ave che mi avrebbe portato a chiudere la mia giornata ancora al centro del quartiere francese.
La lunga passeggiata nei viali alberati che mi riparavano dal caldo che si stava facendo invadente, riuscì a riallineare la mia emotività, scossa e turbata. I pensieri si ripianarono e l’arrivo al French Market e la successiva sosta al Cafè du Monde, un luogo unico  che da solo ripagherebbe di un viaggio a New Orleans,  mi rimisero in sesto.

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Cafe du Monde

Tornai nelle vie del quartiere francese perché la sera prima avevo notato una piccola  insegna pittata a mano e appesa con una catena di ferro alle ante della porta. Era aperta e sugli scalini di fronte alla porta vi erano vecchi cassetti e ceste con libri usati. Altri erano impilati direttamente sugli scalini. Entrai a curiosare. Il locale era piccolo e stretto ma si espandeva in lunghezza generando altre piccole stanze stipate di libri. Da uno scaffale, in perfetto ordine alfabetico d’autore, lo vidi spuntare. E lo comprai. La mia collezione si arricchiva di una nuova copia . In una lingua che già avevo, ma acquistata in un “luogo del cuore“.
A New Orleans dovevo questo piccolo riconoscimento.
Il pomeriggio del giorno dopo dovevo essere alle 16.00 all’aeroporto “Louis Armstrong” per il volo che mi avrebbe portato a Los Angeles ma non rinunciai a passare ancora una volta al “Cafè du monde” . Presi una cioccolata con due delle immense, sublimi, uniche paste ricoperte di zucchero a velo che divorai con tale veemenza da ritrovarmi imbrattato, come un bimbo, la maglia, i pantaloni e la valigia.

Se ne accorse anche la ragazza del check-in che quando mi accolse, mi squadrò e disse, indicandomi la maglia: “Cafè du Monde?”

Lasciavo New Orleans.Qualcosa sembrava finire.
Anche se la  magia, che da queste parti è di casa, si espresse ancora una volta prima di chiudere definitivamente la porta dell’aereo.
Ad accogliermi alla fine del corridoio mobile dal gate all’aereo  tre hostess.
La più carina mi guarda, mi nota e mi dice:
You flight with us, two days ago!“.
La guardo interrogativo e la riconosco, e lei continua:
Don’t you remember? NO ICE!!!”
Il viaggio ora poteva riprendere da dove l’avevo lasciato.

 

***

Lo scorso anno ho già provato a raccontare il viaggio fatto a New Orleans.
Allora lo feci con le fotografie che avevo scattato.
Alcune le ho inserite nel racconto.
Se trovate il tempo e la voglia potete cliccare qui
e sfogliare le altre foto scattate a New Orleans

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Gabriel Garcia Marquez – One Hundred years of solitude – HarperPerennial Classic

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