Quinta copertina – Argentina

gabo-voce

Si chiama Effetto Farfalla.
In fisica si valuta che sia un elemento fondante della Teoria del Caos e sono almeno trecento anni che ci ragionano su.
L’esemplificazione divulgativa più efficace, quella che a  me piace di più, dice “un battito d’ali a Tokyo può provocare un uragano a New York“!
Più semplicemente mi diverte immaginare che quando lei infilava la tesserina nella feritoia e digitava il suo codice di cinque numeri, partisse uno di quegli ipnotici domino di tesserine che cadendo abbattevano la successiva e andavano avanti, senza intoppi, all’infinito.
Per lei era un banale prelievo al Bancomat, ma la banca locale doveva verificare la disponibilità sul conto in lire, garantito in sterline da una banca a Londra che veniva alimentato in dollari dalla filiale americana, su cui i genitori ricevevano lo stipendio in pesos argentini, versato da Roma in lire italiane.
Non erano i proventi di operazioni finanziarie truffaldine. Semplicemente l’onesto stipendio di un preside italiano trasferito in Argentina per gestire un complesso scolastico in armonia con i piani di integrazione e collaborazione tra i due Paesi. Per un po’ di anni i suoi genitori sarebbero stati all’estero e lei doveva provvedere al suo tempo da sola.
In realtà lei aveva già iniziato ad autogestire la sua vita durante uno dei primi progetti di scambio internazionale  per cui aveva frequentato, negli States, il quarto anno del liceo.
Al ritorno sembrava un’altra ragazza. Autonoma. Matura. Incredibilmente seria e volitiva.
L’avevo conosciuta anni prima, il giorno in cui ero tornato al lavoro dopo un viaggio in Bretagna.
Io mi ero appena sposato. Lei aveva 14 anni ed accompagnava la  mamma, una mia cliente.
Con sua madre eravamo diventati amici. Mi raccontava del suo lavoro con ragazzi difficili nella scuola superiore di barriera. Mi raccontava dei suoi figli che crescevano troppo in fretta. Mi raccontava dei progetti che aveva con il marito per andare ad insegnare all’estero.
All’estero ci andarono davvero! Qualche anno dopo.
Argentina. Ad insegnare lei, a dirigere un complesso scolastico come preside lui.
La figlia invece rimane a studiare a Torino e al secondo anno di ingegneria sceglie un anno di specializzazione a Londra.
Ogni due mesi torna e il libraio amico dei genitori, diventa un punto di riferimento.
Mi immagino una vita di eccessi, nuove tendenze, giorno scambiato con la notte e invece lei mi stupisce raccontando le lezioni prestigiose all’università, le corse frenetiche per trovare le aule e per seguire il maggior numero di corsi possibile,  le infinite ore di metrò per tornare nella periferia dove aveva trovato alloggio.
Le nottate fatte di ore estenuanti passate a studiare.
Le serate a cucinare italiano per tutti i coinquilini stranieri, con abitudini, culture, passioni diverse.
Le cene rimediate, col frigo vuoto e la spesa da fare, a riempirsi di cibi confezionati, etnici e strani, acquistati nei negozi indiani di quartiere e  riscaldati nei microonde.
Il racconto delle imprese dei colleghi più giovani che per ovviare a questi ritmi di studio e vita  si sballavano nei weekend oppure volavano a ParigiBerlino, Amsterdam, Oslo, a casa dell’uno e dell’altro dei compagni di studio di Londra. Volavano low cost,  prenotavano con internet, comunicavano via mail.
Io resto a bocca aperta. Sono coinvolto, curioso e invidio la loro pragmatica confidenza con le incipienti tecnologie digitali. Invidio i 17 anni di diversità che ci separano  e che lei vive con pienezza!

Il  ritorno a Torino coincise con la laurea, la conclusione del periodo di studio e l’approccio con il mondo del lavoro. Ancora una volta spiazzante.
Le aziende iniziarono a cercarla e a proporle colloqui di lavoro. Quando tornava era furente, nervosa:
Non ci andrò mai!!!“.
“Fanno tutti le stesse domande! Le leggono da un  manuale?”
“Chiacchierano, chiacchierano, chiacchierano… di loro, dei loro progetti, dei loro successi senza presentarmi programmi, prospettive, opportunità in cui inserirmi!”.
“Pensano che stia aspettando loro?”
Non mi capacitavo di vederla rifiutare importanti offerte di impiego, in anni  in cui diventavano sempre più rare, ma lei aveva le idee chiare!
Accettò alfine un progetto, tecnologie innovative nella logistica aziendale, che la stimolava e la coinvolgeva ma la portò lontana dall’Italia per molti anni.
I genitori tornarono in quel periodo.
Dall’Argentina portarono un regalo. Si erano ricordati della mia passione per “Cent’anni di Solitudine“.
Il mio stupore andò oltre quanto potessi sperare e immaginare.
La copia argentina del libro era corredata di un Cd in cui Gabriel Garcia Marquez leggeva il primo capitolo. Introvabile in Italia e, con i mezzi di allora,  recuperabile con tempi lunghissimi.

La voce di Gabo che legge “Muchos anos despues...” mi ha dato una nuova confidenza con quelle parole. Mi sembra il racconto di un padre che con pazienza mi accompagna in una multicolore avventura stupefacente.
Mi abbandono alla mano sicura che sa dove portarmi e conosce ogni segreto di Macondo, il colore di ogni ambiente, l’intonazione di ogni voce, il tono di ogni dialogo.
La mano del pittore che ha dipinto il quadro. Un autoritratto!
Un autoritratto che ora ha anche una voce…

***

Oggi la mia giovane amica è tornata a vivere a Torino,
ha un marito e due figlie, è felice.
Ha pochissimo tempo, ma sa organizzare anche quello…
La sua mamma non c’è più.
Una malattia cattiva l’ha  fatta soffrire e l’ha portata via.
Ricordare lei, suo marito, i periodi di vita che abbiamo condiviso,
pur se lontani migliaia di kilometri,
mi riscalda il cuore.

 

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