Quarta Copertina- Creta 1986

ekato-2

L’ho vista arrivare fragile, sola.
Ciò che potevo dare le offrii.
Tempo, sogni, desiderio e follia.
Tutto avevo con me.

Comprammo “Cent’anni di Solitudine” a Iraklion. Non ricordo in quale libreria.
Entrammo ed aiutandomi con il dizionario tascabile in mano, pronunciai sillabando: “Eca-tò Spo-nia de ma-na-schia!” e una ragazza indulgente mi guardò spersa e con pazienza mi disse “Pios ine o Siggrafeas?“.
Fu peggio!
Mi arresi subito, passai all’inglese.  Fu un attimo!
Mi trovai in mano la copia di “Cent’anni di solitudine“.
In greco!!

Abbiamo passato la nostra prima vacanza insieme a Χανιά.
I mercanti veneziani nel ‘600 la chiamarono La Canea ma prima di loro si chiamava Cidonia.
La Canea dista 140 km da Iraklion e sorge su un’ansa di  costa protetta dal mare sul lato occidentale di Creta. C’è un piccolo porto poco frequentato dalle barche. Per questo è ben conservato, raccolto e con  un molo sempre affollatissimo di giovani, turisti, militari.
Lo controllavamo tutto dal nostro terrazzo al primo piano del “rent a room” all’estremo lato di ponente del braccio di molo. Ci stavamo appena in due, sul terrazzino, tanto era piccolo. Spesso, quando tornavamo la sera dopo la giornata nel sole forsennato di Creta, stanchi e arrostiti dal caldo implacabile, con la pelle arsa dal sale e dalla polvere sollevata dai motorini che affittavamo per raggiungere spiagge lontane e sperdute, ci sedevamo stretti stretti sul terrazzo a guardare il sole calare e a seguire lo struscio inesorabile sul molo. Sigaretta, birra e la musica del locale  della via. Si chiamava “Il contrabbasso“, aveva un’entrata nascosta dalle foglie di una vite che doveva essere lì da sempre.
Su quello stesso molo, dieci anni dopo, avremmo passato attimi  drammatici a cercare Marco che si era attardato a guardare degli acrobati di strada mentre noi avevamo ripreso a passeggiare. Lo riabbracciammo, terrorizzato lui spaventati noi. Lo avevamo perso, incapaci di comprendere come fosse potuto accadere, eravamo sgomenti, ci tremavano le gambe e ci muovevamo schizzati.
Ma quella notte no. Quella notte c’eravamo solo noi. Sul terrazzo. Sul molo. Su tutta l’isola.

Eravamo arrivati a Creta dopo una vacanza a Santorini.
Ηράκλειο, o Iraklioera vivace e animata ad ogni ora del giorno. Appena sbarcati avevamo visitato il museo più importante dell’isola. Eravamo stati a Cnosso ed ora  volevamo proseguire per La Canea così salimmo sul pullman di linea.  Le automobili sfrizionavano e per farsi strada comunicavano con il clacson, gli scooter sfrecciavano e  schivavano persone e cose. Gli Apecar sovraccarichi di mercanzie agricole e animali caracollavano per il sovraccarico e acceleravano con fumate di scarico puzzolenti e fumose.  I torpedoni scaricavano turisti che sventagliavano mosche e afa, e i bus di linea avevano più bagagli sul tetto che persone sui sedili. Il loro muoversi pachidermico era anacronistico nella collettiva agitazione caotica e contagiosa.

ανοίξτε πίσω“!!!*

Sentii il grido provenire dal fondo del pullman e mi sembrò di essere ritornato a Santorini!
Là ci spostavamo affittando gli scooter o in bus. Li spacciavano per mezzi pubblici di trasporto, erano dei vecchi Volvo anni ’50 che sembravano stare insieme per miracolo. Verdi e giallini e ricoperti di polvere lavica. Si muovevano comunque a velocità spericolate sulle strade dell’isola tra tornanti e dirupi. Ad ogni fermata un grido dal fondo del bus scuoteva i passeggeri.

ανοίξτε πίσω“!!!*

In principio pensavo fosse una saluto tra l’autista e il bigliettaio, un ragazzino che forse era il figlio del panzone che guidava. Il volante aveva un metro di diametro e il panzone lo girava con entrambe le braccia protese,  spesso piegandovisi sopra per accompagnare la virata, eseguendo la manovra come se stesse girando la polenta alla festa del paese. Le marce erano due aste, lunghe anch’esse un metro, che l’autista spostava in sincrono e alternativamente, secondo me a caso, ma evidentemente con una logica che sfuggiva ad ogni mio algoritmo. Il parabrezza era ornato di un macramè impolverato e liso che orlava fotografie di “Papàs” barbuti e benedicenti. Dal finestrino retrovisore interno pendeva un rosario con un numero di grani decisamente inferiore ai nostri, ma molto più grandi. Ad ogni fermata un ragazzino dal fondo del bus urlava

ανοίξτε πίσω“!!!*

quindi scendeva  a sollecitare e sveltire i turisti che volevano salire e a lanciare i bagagli di questi, sopra il torpedone. I bagagli venivano raccolti da un terzo personaggio che li accatastava sul tetto e quindi acrobaticamente ne riscendeva e continuava il viaggio su una predella reggendosi ad una maniglia esterna del bus. Questi erano il fitto reticolo di comunicazione che permetteva di muoversi su Santorini, ma anche su molte altre Isole Greche, e di visitare le spiagge, raggiungere il porto, i ristoranti, le discoteche. Ad ogni ora del giorno fino tardi la notte. Noi partivamo da Perissa e raggiungevamo Thira, la capitale e il centro più importante, attraversando tutta la zona sud di Santorini. Alla fermata del Porto saliva sempre un esercito di persone. Occupavano ogni posto fin  a piazzarsi in piedi in mezzo ai sedili e comunque il bus ripartiva e la velocità non era minimamente intaccata dal sovrappeso raccolto. Una mattina arrivammo a Mesaria. Un crocevia Hitchcockiano in mezzo alle alture dell’isola. Un albero gigantesco, un bar e in mezzo all’incrocio, un vigile gesticolante che perentorio bloccò il nostro mezzo. Dopo un concitato e serrato scambio di frasi urlate, il vigile fece scendere l’autista indicandogli ripetutamente il tetto del bus. Uno dei due ragazzini dovette arrampicarsi sul tetto del torpedone e iniziare a buttare a terra i bagagli ai piedi dell’autista. Tra i turisti si scatenò il panico e una protesta multilingue che vennero sedati dall’autista a gesti ed occhiate mentre accompagnava il vigile verso il bar. Il terzo ragazzino, il bigliettaio, prontamente aveva aggirato il bus e stava tirando nuovamente  i bagagli appena scaricati, all’altro rimasto sul tetto. Quindi l’autista risalì. Schiacciò l’occhio ai turisti tutti, allargando le braccia come Fonzie e il viaggio riprese con un:

κλείστε πίσω**

Riemersi dal ricordo e mi ritrovai nel pieno del viaggio verso La Canea. Arrivati cercammo e trovammo casa, praticamente sul molo.
Iniziammo presto a scoprire la sorprendente ramificazione di vie concentriche che dalla banchina si irradiavano verso sud della piccola città . Le percorrevamo abbracciati, sorreggendoci a vicenda, ciondolando ridendo. Attraversavamo il viavai persistente, instancabile, inventando traiettorie per schivare traffico e passanti. In quel movimento ci piaceva perderci e confonderci e scoprirci. I luoghi del passeggio erano invasi da bancarelle che vendevano ogniccosa, i bar dilagavano sulla via con le loro sedie di legno impagliate, miasmi di cucine che si intrecciavano con  gli afrori del porto e gli effluvi delle giovinette shampate di fresco…e poi voci, suoni, musica, radio, risate e moine, schiamazzi e richiami, e ancora musica e folla e gente da ogni lato e

Ti perdo, ti prendo, ti trovo e ti riperdo  e ti ritrov…

Più ci perdevamo e più scoprivamo luoghi che diventavano spazi esclusivi. Piazzette risparmiate dal casino e dai turisti. Ci servivano per abbracciarci più forte e immaginarci invisibili. Portoni che si aprivano su corti ombreggiate e fresche. Ci suscitavano ammicchi e sguardi. Baci furtivi e promesse che rinviavamo, che ci facevano scoppiare in risate pudiche ma ambigue. La sera cresceva e con essa la nostra consapevolezza che la strada aveva una sola direzione.  Indietro non si tornava.  La notte ci coinvolgeva in un vortice. Tutto iniziava a sembrare sfocato. Impalpabile. Impreciso.  Distante. Annacquato.
Quella notte non c’era più nessuno a La Canea. Non il sole che calava. Non la musica della strada. Non struscio sul molo.
C’era solo voglia di stare con lei.

***

*(anoíxte píso -Aprire dietro)!!!
**(kleíste píso – Chiudere dietro)!!!

ΕΚΑΤΟ ΧΡΟΝΙΑ ΜΟΝΑΞΙΑ – MARQUEZ GABRIEL-GARCIA- Α. Α. Λιβάνη, 1983

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