La Prima Copertina

centanni-1
….e questa fu la prima copertina della mia collezione.
Questa è la mia copia originale, che comprai nel 1978.
Avevo venti anni e avevo iniziato a lavorare part-time in una piccola libreria. Una mia collega, la mia unica collega a dire il vero, me lo consigliò. Il titolo mi turbava. L’autore mi diceva poco. Non lo conoscevo punto. Iniziai a leggere, per rispetto del consiglio ricevuto, e  immediatamente rimasi coinvolto in un mondo fantastico che non smise più di stupirmi.
Presto dovetti costruirmi uno schema con i nomi dei personaggi perché si sovrapponevano nomi e storie. Mi confondevo e dovevo tornare a rileggere pagine lette in precedenza per ricostruire i profili genealogici dei Buendia.
All’inizio mi innamorai di José Arcadio e della sua tenacia e determinazione. Della sua caparbia intelligenza pionieristica. Del suo instancabile  e virtuoso sperimentare fino all’eccesso. Mi commossi quando dichiarò di aver scoperto la sfericità della Terra e mi sembrò un novello Quijote per l’indistruttibile fiducia nella sua intelligenza. Trovavo esemplare, a fronte della sua figura imponente ed autorevole, l’umiltà con cui accoglieva lo zingaro Melquiades e la fiducia che riponeva nelle sue rivelazioni, bizzarre per gli altri componenti della nascente comunità di Macondo.
Proseguendo la lettura però, mi resi conto che  iniziavo ad immedesimarmi non nelle rocambolesche imprese di Josè Arcadio quanto in quelle del suo secondo figlio, Aureliano!
Ero coinvolto nel personaggio, innamorato delle sue battaglie. Delle sue sconfitte. Dei suoi delìri. Dei suoi silenzi. Dei suoi sogni. Dei suoi pesciolini d’oro. Dei suoi amori impossibili e della solitudine che lo avrebbe accompagnato per tutta la sua esistenza.
A differenza della colorita biografia di Josè Arcadio, la vita di Aureliano collimava con i miei vent’anni ed esaltava la mia adolescenza infinita e confortava ogni mio inconscio atteggiamento per prolungarla.
Emersi dal romanzo, chiudendo l’ultima pagina, come un sommozzatore che aveva scoperto un tesoro celato dalla profondità del mare. Ero combattuto tra l’urlare a tutti la mia scoperta o trattenere il fiato e tenerla  riservata, solo per me.
Avevo la percezione di avere esplorato un fondale frequentato da soggetti fantastici, magici ed  unici, di cui ero riuscito a cogliere solo parzialmente la bellezza e il fascino. Avevo sfiorato, e mi avevano incantato, le loro biografie e ora me le trovavo intersecate e sovrapposte, incastrate da un autore che sembrava giocare con i suoi personaggi. L’intenzione era quella di rituffarmi nella lettura e andare a recuperare immagini e luoghi, scene e dialoghi, per ripetere la scoperta fantastica che aveva sconvolto ogni mia precedente certezza letteraria.
Da allora ogni volta che ho riaperto il libro ed ho ritrovato i personaggi che Gabriel Garcia Marquez ha cercato di racchiudere in “Cent’anni di Solitudine” sono stato premiato ulteriormente. Ogni volta ho colto aspetti che in precedenza non avevo percepito. Ogni volta mi sono entusiasmato per episodi che, seppur noti, svelavano sfumature inedite. Ogni volta ho adattato situazioni della vicenda letteraria a momenti, sensazioni della mia vita. Spesso mi sono chiesto se ero io a leggere Marquez o era lui che scriveva di me.
Con grande leggerezza ho sempre saputo riemergere ( e la metafora del sub rientra ) dalla complessità delle situazioni letterarie cogliendo uno degli aspetti (per me) più significativi del romanzo: la infinita potenzialità di ogni esistenza, di ogni strada , di ogni scelta. Così come la definitiva immortalità delle parole scritte è innegabile  altrettanto innegabile è la fluidità ed evanescenza del loro flusso, se chi le gestisce è un genio.
Ad uno degli incipit più geniali e complessi (dal punto di vista letterario e sintattico) fa da contrappeso una delle chiusure più geniali e complesse (dal punto di vista etico e filosofico).
Io, per non farmi mancare nulla, ho fatto miei l’uno e l’altra.
Così, come spesso mi trovo a declinare in uno spagnolo imprestato…  “Muchos años después, frente al pelotón de fusilamiento, el coronel Aureliano Buendía había de recordar aquella tarde remota en que su padre lo llevó a conocer el hielo. Macondo era entonces una aldea de 20 casas….”  con altrettanta frequenza e tremula trepidazione mi trovo a declinare che “le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”.

* * *

 

 

 

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