Un palco a Venezia – L’isola – sesta puntata

 

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…..click, tarlatatack …click, tarlatatack …cliiiiiiick, tarlatatack…”Scatta, Scatta!!!“…Click,tarlatatack …cliiiiick,tarlatatack “Presa, presa! Stavolta l’ho presa!” “Speriamo solo che non sia mossa..merda…Con queste luci mosce e senza flash saranno cazzi!“, “Sì! Sì va bene, ma intanto tu scatta, che se  sono mosse non le stampiamo!

La base musicale era ossessiva, il passo di scena ripetuto, geometrico, razionale. Il gesto era composto da un’alzata del piede sinistro, con la punta tesa verso il basso. A questo corrispondeva una levata verticale della testa che tendeva il collo, quindi una torsione delle spalle verso sinistra che portavano l’intero corpo a ruotare sul piede destro perno e fisso a terra. Le braccia restavano pendule e flosce lungo il corpo. Quindi veniva appoggiato a terra il piede sinistro che fino ad allora  era rimasto sospeso. Il corpo spostava il baricentro su di esso, così il piede destro liberato poteva librarsi e venir ruotato con l’intera gamba tesa, protesa in avanti, effettuando un’onda ampliata dalla stoffa leggera del vestito per poi ritornare ad appoggiare a terra e liberare del peso del corpo il piede sinistro che ricominciava l’esercizio…(Non provate a farlo a casa). Ogni ballerina eseguiva e ripeteva per tre volte, con precisione geometrica, maniacale, ossessiva! Lo sguardo nel vuoto, il volto inespressivo, il viso proteso in avanti. Ognuna eseguiva tre volte l’identico movimento, poi fuggiva di traverso sul palco, lungo una via di fuga immaginaria e si disponeva lungo una diagonale che tagliava l’intero palcoscenico. Io, perplesso, scattavo con ripetizione maniacale ed ossessiva …click, tarlatatack …click, tarlatatack …cliiiiiiick, tarlatatack… Non controllavo neppure i tempi di scatto l’occasione era unica. Ogni momento, seppur ripetuto centinaia di volte, era unico nella sua esecuzione. Unico e imperdibile. Unico e irripetibile. Se perso sarebbe stato irrecuperabile. Un poco come quella storia di Eraclito, che ci contavano al liceo, che non entri mai nello stesso fiume perchè non sei mai lo stesso uomo….Vabbeh io intanto scattavo, scattavo,  scattavo… Il mirino puntato su Pina Bausch e ogni suo movimento era immortalato. Preso. Catturato. Reso eterno!

Avevamo fatto 800 km in un giorno per poter essere puntuali allo spettacolo. Clivio aveva guidato fino alle due di notte per arrivare a Venezia.  Avevamo parcheggiato il Furgone Rosso al Tronchetto. Ci eravamo addormentati distrutti!  Chi sopra, chi sotto il Furgone Rosso, senza neppure preparare un giaciglio.  Esausti.  Stremati dal viaggio e con gli occhi ancora pieni dello spettacolo dei fuochi d’artificio che ci avevano accolto. Ci svegliò C’mon che aveva ancora i tempi della vacanza ed aveva patito di meno la tensione del viaggio. Passammo la giornata alla ricerca dei biglietti e riuscimmo persino a trovarne per un palco di seconda fila al teatro Malibran. Tralascio di descrivere l’abbigliamento con cui mi presentai alla cassa del teatro, dopo un mese di vacanze in tenda sull’Isola, lontano da qualsiasi parvenza di “Ferro da Stiro”. Era metà luglio di una delle estati più calde degli ultimi 70 anni e nessuno avrebbe avuto da dire sulla mia mise vacanziera! E poi in mezzo ai turisti tedeschi che invadevano le calli ….facevo la mia figura anche in bermuda!!! Era un pomeriggio afoso e soleggiato. C’Mon viaggiava a rimorchio, quasi sempre sulle mie spalle o su quelle di Clivio e così evitavamo di perderlo tra le calli.

Chesther! (Chesther è un nome di fantasia, inventato, affinché nessuno possa fare lo splendido e trovarci riferimenti personali e diretti a qualcuno che  pensa di conoscere,  che poi mi vengono fuori le grane legali!!!) Era colpa sua! Era colpa di Chesther se, anziché tornare a casa dopo un mese di vacanza, avevamo fatto quella deviazione di quasi 500 kilometri per venire a vedere Pina Bausch al Malibran di Venezia! Lei sapeva chi era Pina Bausch! Lei conosceva i suoi spettacoli! Lei apprezzava il suo modo di danzare! Soprattutto, lei amava la danza nelle sue forme più diverse. Io ne avevo sempre patito persino l’idea. Le poche amiche che conoscevo che ne erano appassionate non erano mai riuscite a contagiarmene la passione. Gli unici maschi che sapevo avessero frequentato corsi di danza, mi ero convinto l’avessero fatto per beccare, facendo gli splendidi, citando qualche passo ricercato o il nome di qualche tersicorea o il titolo di qualche spettacolo famoso. Io non mi ci sarei mai e poi mai misurato. Con l’attivazione dei Punti Verdi  nelle estati torinesi venni portato ad uno spettacolo in un  parco vicino a casa mia che parlava di un lago e di cigni. Non ne ricordo nulla. Mi sembra che alla fine uno dei cigni morisse. Mi dispiacque e mi convinsi che non faceva per me.  Poi una sera Chesther e Clivio mi convinsero a  seguirli fino al Parco della Tesoriera. C’era una spettacolo ispirato a “Nostra signora dei Fiori” di Jean Genet. Era una rilettura  allestita da Lindsay Kemp. Lirismo e drammaticità  espressi con tecnica e maestria mai atteggiati. Rappresentati limpidamente come fosse il naturale modo di muoversi e relazionarsi. Pure la drammatica ed infinita scena finale con un attore che pian piano viene issato al centro del palco, sollevato e trattenuto da corde che lo rendono immaginario crocifisso, con Lindsay Kemp interamente vestito di bianco, che inizia a perdere sangue dalla bocca fino a rimanerne completamente insozzato, appare essere gesto non drammatico ma coerente con la tensione che l’intero spettacolo ci aveva trasmesso. Ne rimasi affascinato. Coinvolto. Turbato. Eccolo là! Avevo anche io il mio mito da citare senza dovermi mettere in calzamaglia!!!

Quella indimenticabile serata mi aprì interessi e curiosità su un mondo che non avevo mai frequentato e fu quindi facile per Chesther coinvolgermi nella deviazione al nostro viaggio di ritorno per uno spettacolo di un altro mito vivente. Nel nostro palco, in una posizione perfetta, avevo la vista di tutto lo spazio teatrale, seguivo ogni movimento e ogni passo della prima ballerina. Ne fotografavo ogni espressione. A dirla tutta mi ero fissato a fotografare solo la protagonista anche se nella realtà non vi era un’unico ruolo principale e spesso la ripetizione del gesto scenico sovrapponeva i percorsi e gli interpreti e offriva ad ogni attori performances spettacolari . A peggiorare la complessa lettura dello spettacolo si aggiungeva la scelta del costumista di vestire in  modo pressoché identico le ragazze.  Tutte indossavano una leggerissima veste color ecrù. Non mi crucciai più di tanto. Stavo per finire il terzo rullino quando nel trionfo del teatro lo spettacolo si concluse e a gran voce i ballerini vennero richiamati più volte sulla scena per accogliere l’entusiasmo del pubblico coeso in un plauso che sembrava non finire più. Applauso che si tramutò in boato e immediatamente in standing ovation quando dal fondo del palco una figura esile e magra, giacca blu, camicia chiara, pantalone grigio scuro, con un naso prominente e i lunghi capelli lisci legati semplicemente con un elastico apparve e raggiunse, fondendosi con loro,  il corpo di ballo. Pina Bausch si era unita ai suoi ballerini per raccogliere il tripudio che il pubblico tributava loro. Eh sì un tripudio orgasmico incontenibile. Persone che lanciavano rose, mandavano baci, si spellavano le mani. Solo uno nel pubblico era immobile, basito, allibito. Io!!! Ma se Pina Bausch era arrivata dal retro del palco  ed era quella lì…. chiccazzo avevo fotografato per due ore io?

 

 

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