L’Isola – Racconto in cinque parti…per adesso

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“Arrestassero l’armatore!!!” – L’isola – Prima Puntata

Arrestassero l’armatore
Arrestassero sto fetentone
S’è arrobbato o’ rimorchiatore
S’è fermato o’ battell’a vapore!

Il ponte di poppa era gremito di persone, più di metà in brache corte e panza erompente il circolo vitale tantrico! Biancastri come una cagliata di Mondragone, tesi come l’arco di Ulisse alla ricerca dei proci infedeli, eccitati come una vespa sulla marmellata della vostra fetta biscottata. Il Vapore si chiamava “Ellenicos” e collegava il porto continentale con la più grande delle isole. Che la Grecia fosse a più di 3000 km non importava a nessuno. “Ellenicos” !!! Del resto che ci poteva fregare del nome della nave? Bastava partisse! E questo era il dramma. “Presentarsi per le pratiche di imbarco entro due ore prima dell’ora di partenza”. Ora di partenza 14.30. Alle 12.30 presenti! Quindi imbarcati! E ora eravamo ancora attraccati. Ancorati a poppa e prua. Alla banchina. Al porto. Quello di partenza! Erano le 18.00!!!
Noi avevamo due mezzi. Un furgone Ford Rosso mattone, coibentato, catalitico, appena comprato di seconda mano da uno che lo aveva usato in montagna per spostare a valle le tome fresche dall’alpeggio, dove la famiglia le produceva direttamente, senza neanche farle uscire dal ciclo stalla-vasca-frigo, così non perdevano i poteri nutrizionali (e infatti secondo me erano rimasti ancora tutti sul furgone, almeno le fragranze basali). E una R4 che già all’epoca dei fatti pagava il bollo come “auto storica”!
Del gruppo, il più vecchio avrà avuto poco più di 30 anni. Il più giovane neanche 15, …mesi!!! Bello come un putto del Tiepolo, biondo e ricciolo come Shirley Temple, vivace come un bimbo di 15 mesi che aveva appena conquistato la posizione eretta, l’equilibrio sulle ginocchia e l’affrancatura dalla mano di mammaepapà e stesse per tirare il colpo al pannolone. Una risata fragorosa. Piena. Pronta. Attiva già dalle 6.00 la mattina, con gioia condivisa da tutti i campeggiatori delle tende confinanti ma soprattutto dai marinai al porto dove veniva, con cortesia, indirizzato.

Il ritardo del Vapore aveva ormai collezionato scuse paradossali degne del migliore John Belushi con i Ray-Ban neri.
Si era sparsa la voce che il viaggio del Vapore era stato venduto ad un numero almeno doppio di quanti potessero essere caricati. Una roba che oggi si risolve con un timbro “Overbooking” e…si parte domani. Quel giorno avevamo un TIR mezzo sul ponte di carico e mezzo sulla terra ferma, e una fila di auto in attesa che doppiava il perimetro della banchina. Altri sostenevano che il carico della stiva fosse stato fatto “a muzzo” e, se si fosse partiti senza rimediarvi, si sarebbe corso il rischio di ribaltare (sulla mia tastiera il tasto di quelle faccine che vanno di moda ora non c’è altrimenti adesso metterei quella con gli occhi sbarrati e la lingua di fuori!!).
La voce più difficile da credere, ma che stava facendo rapidamente sfracelli sulle speranze di partire, era che l’armatore del Vapore fosse scappato con la cassa e le maestranze, senza prospettive economiche, avessero incrociato le braccia. Tra la folla, dal fondo del ponte di poppa, dalle parti del bar “Panini Caldi Bibite Fredde”, una voce stridula ma modulata, acuta ma polifonica, rauca e virginale al contempo emise un urlo e chiuse con “ARRESTASSERO L’ARMATOOOREEEE” che zittì ogni altro moto popolare e nel breve giro di un sospiro convogliò lo sguardo dell’unisono ammutolito dal ponte di poppa verso la cabina di controllo del porto. Come una parabola satellitare con diametro di trenta metri, in un sol moto coordinato, le teste, i contenuti occhi, e il braccio destro teso di ognuno (ma i mancini no) si volsero a seguire il moto silenzioso degli sguardi.
In un minuto scoppiò la bagarre! Ognuno si sentì autorizzato a gridare la propria rabbia verso il colpevole identificato. La rivolta assunse progressivamente toni biografici, blasfemi, violenti. La riverita mamma dell’armatore ebbe momenti di protagonismo e citazione in ognuno dei quadri allegorici allestiti.
In breve tempo la tensione stava sublimando e si era arrivati alla Taranta. Dalle auto nella stiva del Vapore erano uscite le chitarre e i tamburi. Qualcuno aveva portato del vino dopio altri, più giovani, rollavano. Ad ondate arrivavano cori di protesta che, come ola asfittiche, scemavano a metà percorso. Il gruppo dei “DuriePuri” aveva conquistato una posizione centrale sul ponte di poppa e con rigore perfezionato in anni di cortei da piazza Vittorio a piazza San Carlo scandiva slogan che facevano infiammare le coscienze, gli stessi che adesso ritrovi nelle canzoni di Alex Britti.
Noi ci alleammo con il gruppo della Taranta per affinità elettiva. Nessuno di noi avrebbe mai mancato l’appuntamento con una crema di fave e cicoria, allora e neppure negli anni a venire!
I versi uscivano da soli; “Arrestassero l’armatore, arrestassero sto fetentone”, la chitarra accompagnava serrata il quattro-quarti in battere, le mani segnavano il ritmo scaricando adrenalina, le voci volteggiavano azzardando terze e dominanti sulle toniche che trainavano la danza. Come in una gara di stornelli maremmani ognuno assemblava distici in rima e li declamava proponendoli e ne raccoglieva il coro di antifona di apprezzamento. “Arrestassero l’armantore, s’è arrobbàto o’ rimorchiatore”. Anche gli stonati avevavo una chanche e chi non sapeva suonare o andava fuori tempo, faceva girare i bicchieri e le bottiglie. I più ignobili erano quelli che, dicendosi stonati, si tiravano fuori e ci provavano con ragazze straniere a cui promettevano di tradurre le parole e di insegnar loro il segreti reconditi della Taranta. “Arrestassero l’armatore, s’è fermato o’ battell’a Vapore!”. Il gruppo si ingrandiva a vista e nuove voci si univano, nuovi arrivati accordavano le chitarre ed entravano a rafforzare lo stage, qualsiasi cosa emettesse un suono veniva apprezzato e piazzato a lato della sezione ritmica, le ragazze dal ponte inferiore arrivavano di corsa per lanciarsi a volteggiare con i loro vestiti estivi, i bicchieri si riempivano, le bottiglie si vuotavano e i più giovani continuavano a rollare, tutto iniziò a muoversi al ritmo della Taranta persino la terraferma sembrava allontanarsi e le luci del litorale parvero accendersi e spegnersi al ritmo della Taranta. Quando intorno a noi non vedemmo che buio e mare ci rendemmo conto che anche il motore del Vapore si era svegliato e si era unito al ritmo della Taranta e ci stava portando…portando….portando

…continua

20140813_183944Arrivo sull’isola – “L’Isola” Seconda Puntata

….come il Vapore fosse riuscito a centrare l’isola giusta non me lo spiegai mai, quello che mi preoccupava intensamente era come sarebbe riuscito ad attraccare al porto. Che sembra facile per gli uomini del mare, ma il sovraccarico del Vapore e le tensioni tra le maestranze avevano messo a dura prova la gestione dell’equilibrio del traghetto.
O così sembrava a me che attribuivo la colpa di tutto quel dondolio all’incapacità dei marinai e del comandante. Che poi fare il comandante del Vapore non è facile  e se non hai l’autorevolezza, i gradi non bastano. E io ero poco disposto a cedere sovranità e fiducia dopo la notte dissoluta che mi avevano fatto passare. Il vino pessimo, le danze, le musiche improvvisate e un incontro, imprevisto quanto piacevole, mi avevano steso. Il ritardo della partenza era stato recuperato ma in cambio io dondolavo, anzi al contrario, tutto dondolava, il Vapore, l’isola, il porto, la banchina, le bitte, e soprattutto mi sembravano inafferrabili tutti i punti di appoggio verso cui mi sporgevo. La situazione cresceva di criticità perché facevo fatica a stare zitto e soprattutto a controllare il tono della voce e anche ciò che dicevo mi risultava in movimento. Le frasi partivano con un senso e mi ritornavano indietro diverse, cercavo di ricomporle ma uscivano anagrammi che mi avrebbero fatto fare anche 18 punti a Scarabeo ma sul pontile nessuno era in grado di scambiarle con parole di valuta corrente. Ciò che creava più imbarazzo era il mio umile, non taciuto né tacito, contributo alla manovra di attracco con richiami indirizzati ai marinai a terra sul modo di assicurare le gomene alle bitte. “Navigatoriii, uomini del marreee,.. dobbiamo orzare! Voi a poppa girate il timone! Voi a prua tirate quelle corde per puggiare…”. Ancor più devastante il tentativo di appropriarmi di cime e di lanciarle sul pontile “Hey…mozzo!!! Se passo la scocca sulla patta che scotta tu cazzi la randa???”.
Spesso un evento negativo apre la strada ad un evento successivo che valutiamo positivamente. Nel mio caso fu una scivolata disastrosa, mentre mimavo il lancio della cima, che mi accasciò a terra dove senza neppure accorgermi passai dallo scivolone allo svenimento.
…. e il Vapore poté attraccare senza più curarsi di me.
Non so come mi ritrovai a bordo del Ford Rosso coibentato e catalitico, comodamente sdraiato e con una bandana in testa che mi ingentiliva un bozzo rossastro che mi portai appresso per mezza vacanza. Tastai il terreno con i piedi, feci alcuni passi e mi resi conto che tutto si era fermato, non avevo bisogno di appigli per muovermi, cosa che del resto sarebbe stata impossibile perché ero su una spianata con un solo albero all’orizzonte, o meglio ero circondato da tende e camper. Ero in mezzo ad un campeggio! L’unico albero, in mezzo a sprazzi di bouganvillea, capperi e pale di fichi d’india stava, solitario e guardingo, saldo ed ancorato al centro di un  campeggio che si chiamava Tre Pini! Quando chiesi al gestore se nel conteggio avevano considerato anche Pino, un amico di Genova che avevamo incontrato sul Vapore e Pino di Salerno, che noi chiamavamo Gerry, perché il vero nome era Ruggero, i miei amici cercarono prontamente di zittirmi, mi chiesero se il bozzo mi faceva ancora male e mi allontanarono convincendomi a risalire sul furgone. Lo spirito gestionale e accogliente del gestore era incontenibile così, quando trovammo scritto su un cartello appeso al cancello d’entrata “CAMPING COMPLETO – POSTI SOLO IN PIEDI”, i miei amici rasserenati su chi fosse lo spiritoso, mi lasciarono togliere la bandana e scendere dal Ford Rosso.
Le mie giornate si costruivano per privazione. Cioè mi proponevo dieci cose da fare, e le nove più faticose le scartavo o le mettevo in coda.
Della vacanza al mare mi piaceva : gli amici, il casino notturno, tutte quelle che respiravano!
Della vacanza al mare non mi piacevano : il mare, il sole, la vita di spiaggia!
Il sole, per me di origini nordiche con lentiggini e pelle biancoccia, era da evitare. Nuotare non era il mio sport. L’acqua non era il mio ambiente elettivo. Trovavo inconcepibile cercare di spostarsi in acqua, alta e fluttuante, procedendo con una lentezza esasperante. Io, nuotatore scomposto e inesperto con movimenti scoordinati e affaticanti, non comprendevo quel girovagare in tondo in quella brodazza di acqua salata per cercare di ritornare al punto di partenza. Risentire terra sotto i piedi mi dava la stessa sensazione che deve aver provato Lindbergh quando saltò giù dallo Spirit of Saint Louis.
La vera rivincita sulla giornata al mare  incominciava al rientro, quando ci affidavamo nelle mani dell’unico che avesse seguito la sua vocazione adolescenziale ed era in grado di allestire in pochi minuti una cena, costituendo leghe commestibili con tutto quanto trovava sparso per la dispensa. Vederlo all’opera era di per sé  appetitoso e coinvolgente. ” …Con due uova di gallina ed un chilo di farina, carne, grana e prosciuttini…” ma noi non avevamo quel bendiddio di ingredienti e quindi era ancor più eccezionale il risultato che otteneva assemblando avanzi e ingredienti dimenticati nella dispensa del Ford Rosso con i frutti dell’economia locale acquistati, e più spesso espropriati ai cespugli sul nostro cammino verso il mare. Ogni sera sui fornelli campingaz padellate di pomodorini, capperi, aglio, olio e acciughe, con varianti di origano, timo serpillo, rosmarino, menta e nepitella, come la chiamano lì, e se riuscivamo a trovarne, olive,  saltavano in attesa di  pasta corta da condire. Grazie alle buone relazioni che avevamo costruito con i ragazzi del porto che tutte le mattine vedevano arrivare il cucciolo biondo già alle 6.00, riuscivamo ad avere forniture di pesce fresco pescato nella notte e tenuto in ghiaccio fino al ritorno in porto. La cena era assicurata e la brace sempre pronta. E poi vino…vino che da solo finiva per gestire le nostre notti di racconti e conquiste. Grazie al Ford Rosso potevamo contare su una scorta di bottiglie che avevamo trasportato dalle valli native, la cui assenza avrebbe senz’altro favorito il galleggiamento del Vapore al ritorno dall’isola. Per non parlare della sublime malvasia locale che compravano direttamente da improvvisati banchetti dei viticoltori dell’isola e che aveva tanti di quei gradi che neanche il Comandante del  Vapore…Il mio delirio riprese dopo una di queste cene. Di sicuro non furono i cibi ma più probabilmente la mistura dei vini e la forte gradazione della malvasia. In breve mi ritrovai degente involontario nel Ford Rosso e per diversi giorni l’unico panorama che si prospettò fu il via vai continuo di Clivio che tagliava pomodori e li metteva ad essiccare al sole…

…continua

1408 kythnos 3 586“Io sto su, all’Ostello!!!” – L’Isola – Terza Puntata

...era più forte di lui, non riusciva a farne a meno!

Appena si toglieva il costume, abbandonandolo con le infradito e avvicinandosi a piedi nudi all’acqua sulla battigia, si doveva accendere una sigaretta. Gli occhiali non li toglieva mai. La figura che si profilava all’orizzonte era, dunque, una sagoma ignuda e avvolta nel fumo. Un incubo ad occhi aperti!!! Non c’era scandalo, tutti facevano il bagno senza costume, erano spiagge dedicate e riconosciute. “Ci vediamo ai Liberati!”. Dicevamo così e ci davamo appuntamento alla spiaggetta più a sud, lontana dal centro frequentato dai turisti, in cui era tollerato che si facesse naturismo.
Il rito della sigaretta durava il tempo giusto per raggiungere il livello per il tuffo e doveva essere speso con la plasticità del gesto largo del braccio che accompagna la sigaretta alla bocca con lunghe tirate aspirate, assorte in miopi e distaccati sguardi all’orizzonte nautico. Non che ci fosse molto da vedere, tutto intorno era mare-mare. Quindi, quando davanti agli occhi gli si profilò un boccaglio, attaccato ad una maschera, con relativo nuotatore appeso che gli emerse squadrandogli l’intero profilo anteriore a non più di venti centimetri, rimase parecchio basito ma, come ci raccontò più tardi, l’unico effetto che ne sortì fu l’immediata caduta della cenere dal mozzicone ormai alla fine. L’emergente dalle acque era fragorosamente simpatico, brillante al limite dell’invadente e, con garbo, conquistava in un amen. Un sorriso aperto spalmato su tutti i denti che rifrangevano lucentezza e candore, sicuramente un finanziamento ipotecario, decisamente andato a buon fine. Fisico atletico ma non insolente, palestrato, ma tipo uno che non finiva tutte le sequenze perché si perdeva a parlare col vicino. Con lui il discorso non cadeva mai. Se cadeva si rialzava a tremila km di distanza su un’isola greca visitata, su un riad marocchino da visitare, su un menisco dolorante, anch’esso  da visitare. Cosa lo avesse fatto emergere così repentinamente dal fondale florido di cannolicchi e arselle, Rasty (Rasty è un nome di fantasia, inventato, affinché nessuno possa fare lo splendido e trovarci riferimenti personali e diretti a qualcuno che  pensa di conoscere,  che poi mi vengono fuori le grane legali!!!) Rasty dunque, non ce lo disse e noi non volevamo lontanamente immaginarlo ma non ci fu molto da interpretare, ascoltando come proseguì il racconto con cui ci descrisse l’incontro. 
“Ti ho visto entrare in mare e mi chiedevo se avevi voglia di venire con me a visitare i fondali”
. E da qui in avanti il racconto si biforcava. O per lo meno Rasty cercava di convincerci della sua impressione. Clivio naturalmente ci accusava di vedere travi dove c’erano semplici spiedini. La discussione su questo incontro prese una piega che ognuno interpretava secondo percorsi personali che radicavano negli studi distratti e superficiali delle superiori, nei fumetti vinti a rubamazzo sui marciapiedi dietro i mercati generali, nei B-movie da cinema di periferia di cui eravamo imbevuti, nelle frequentazioni allettanti dei primi anni di università, nelle letture suggestive suggerite dai pochi professori illuminati a cui avevamo dato credito, fiducia e ascolto, nelle prime trasmissioni notturne delle poche tv locali, nelle canzoni mal tradotte ed equivocate che ci avevano aperto orizzonti sconosciuti. Altri contributi all’interpretazione delle parole dell‘emergente dalle acque andavano cercati in quel misantropo che ognuno estrae dal profondo nel momento in cui si trova di fronte a qualcosa con cui è inevitabile confrontarsi, e impossibile uscirne vincenti. Lui era troppo giusto, bello, biondo, amabile e brillante per non essere immediatamente notato, ascoltato, gradito perfino un po’ invidiato. Questo ok, va bene. “Ma lui bene bene, cosa voleva dire?” “Perché cercava qualcuno per andare a visitare i fondali?” “Perché tra tutti aveva scelto uno che fumava, nudo, su una spiaggetta isolata, su un’isola, in mezzo al Mediterraneo?” “Siamo sicuri che erano i fondali che voleva visitare?”. Queste, che il corsivo evidenzia come frasi pronunciate, erano solo alcune delle curiosità che il racconto di Rasty aveva suscitato. 
L’incontro si risolse con un secco “No grazie!” a cui venne replicato un suadente “Là sotto ci sono grotte con antri spettacolari, pesci multicolore. Il mare offre colori e silenzi che le parole non riescono a descrivere. Bisogna andarci per vedere!”. Nonostante la descrizione accattivante, l’argomento fondali cadde ancor più a fondo dei fondali stessi e il discorso si rianimò solo parlando degli itinerari delle vacanze, del Ford Rosso che avevamo lasciato su un’altra isola, delle avventure vissute e di quelle sognate.
Il racconto di Rasty si concluse con la descrizione dei saluti con l’emergente dalle acque colorito da una calorosa quanto inaspettata cordialità. “Ti aspetto, se dovessi ripensarci vieni a cercarmi,…io sto su, all’ostello!!!”
L’isola si stava preparando alla festa di uno degli undici patroni che poteva vantare e che si celebravano in sequenza di filotto, e guardacaso sempre di sabato, dal 13 giugno al 29  agosto, saltando solo il 15 agosto, che già di suo fa festa. Nelle ore diurne si celebravano funzioni che esibivano reliquie, icone, argenti, ori e oràzzi, Orazi e Curiazi. Il sentimento religioso si placava non appena le nonne rientravano e lasciavano spazio alle nipoti e i turisti invadevano ogniddove in attesa della benedizione di un refolo di vento e di un giro di vino dòpio. Nei cortili privati delle case cadeva ogni riservatezza e si accoglieva, a bòtta di piatti di sarde e olive e bicchieri di malvasia, chiunque portasse un saluto di pace e cordialità. Dopo una certa ora le processioni non seguivano più stendardi o palii di contrada ma il profumo di cucine attive e delle mescite aperte. Il frastuono festante di balli e canti raccoglieva le cordate più numerose meglio che un’Opa a Piazza Affari. Naturalmente noi non ci tiravamo indietro. Clivio, Rasty ed io, e le ragazze pure, ci davamo da fare per inserirci nei gruppi e passare da un corte all’altra. Ritrovammo amici di Salerno, altri di Genova che avevamo incontrato sul Vapore. Ogni bicchiere alzato ci richiamava per una canzone stonata o una danza disordinata. Là dove gli altri vedevano vortici di polvere e siccità noi vedevamo le gonne delle nostre amiche alzarsi in un ballo. Sentivamo la terra vibrare di suoni, ma era il nostro cuore. Cosa potevamo dare in cambio per poterla pensare migliore. Nel casino lo vidi arrivarmi di fronte in un attimo, una piroetta e mi fu davanti, un giro di vento e mi guardava dritto negli occhi! “Affascinanti queste notti di festa e casino! L’Isola avvinghia i turisti in un abbraccio inebriante! Una giostra caleidoscopica di incontri, scambi, relazioni! E io incontro te! Perché non ce ne andiamo per le vie dell’Isola, perché non ci togliamo dalla folla...io sto su, all’ostello!”
Rimasi immobile. Lo guardai dai piedi ai capelli e viceversa.
Poi alzai lo sguardo e cercai Clivio e Rasty.
Clivio era dietro di me. Naturalmente non aveva sentito un cazzo!
Rasty era più lontano. Il suo profilo sulla terrazza si stagliava nella luce della luna sul mare. Fumava. Con gli occhiali appena appoggiati in punta di naso.
Guardava lontano.
Poi, per  un attimo si volse verso di me.
Ruotò la testa pianopiano.
Assentiva.
Strizzò gli occhi azzurri.
Notai le labbra contrarsi in un ghigno! Ghigno fetente, bastardo, compiaciuto!
Poi sussurrò ….“…io sto su, all’ostello…io sto su…io sto su…all’ostello!!!”

* * *

Chiedo scusa alla poesia di Fabrizio De Andrè

per averla usata per impreziosire con perle le mie umili parole.

Lui sapeva da dove nascevano i fiori!

…continua

1408 kythnos 3 801 aAddio all’isola – L’Isola – Quarta puntata

Il momento più commovente fu quando salutammo i marinai del porto.

Se lo tenevano in braccio, se lo sbaciucchiavano, se lo passavano di mano in mano come fossero calciatori che avessero ricevuto la Coppa dei Campioni direttamente dal Presidente. Come fosse un pallone ovale su un campo pieno di All Blacks che si battevano sul petto. Con la dolcezza mista a un sorriso che tradiva la malinconia di un addio. Addio alle mattine di risate fragorose ed espressioni di gioia. Addio alle corse traballanti sulle gambette cicciotte ma malsicure, incerte ancora nell’appoggiare, ma irrefrenabili nel buttarsi verso Ciro, Salvo, Tano, Turi e Said. Addio ai giochi ripetuti, sempre gli stessi, inventati per tenerlo a vista e ritrovarlo, tra le reti tese, stese da rammendare, tra i remi appaiati accatastati a riposare, tra le lampare da ripianare dopo la notte in mare.
C’Mon partiva. C’Mon (si pronuncia Càm-òn ma ognuno può pronunciarlo come vuole) è un nome di fantasia, inventato, affinché nessuno possa fare lo splendido e trovarci riferimenti personali e diretti a qualcuno che  pensa di conoscere, che poi mi vengono fuori le grane legali!!!. C’Mon partiva e con lui se ne andava l’allegria, come un circo che lasciava la città! Il Vapore delle 19.00, che avrebbe fermato in ognuna delle isole in direzione del continente e ci avrebbe sbarcato alle 06.30 nella capitale sulla terra ferma, era pronto a salpare e reclamava il “Tutti a bordo!!” Lasciavamo l’isola col corpo intero ma lasciavamo l’intero corpo sull’isola. All’arrivo avevamo impacchettato le nostre abitudini cittadine e, ora dopo ora, avevamo acquisito il ritmo dell’isola. Ci eravamo arresi, senza minimamente combattere, ai tempi della vacanza, dell’ozio, dell’oblio. Prigionieri della bellezza! La sindrome di Stendhal! Prigionieri dell’isola! La sindrome di Stoccolma! Prigionieri dell’indolenza! La sindrome di Sticazzi! Le ultime sere le avevamo passate a trovare scuse plausibili per non tornare alla vita cittadina. La più banale era darsi malati! Farsi prescrivere cure elioterapiche in loco, ma ci mancava il medico compiacente! Qualcun altro pensava di organizzare uno sciopero dei traghetti locali ad oltranza. Si accanivano a discutere su questa ipotesi ma io temevo di essere linciato se mi avessero riconosciuto in porto dopo i numeri dell’attracco. La mia tesi non venne neanche messa ai voti anche perché venne definita “movimentista non allineata”. Consisteva nel buttare i documenti a mare e non farsi più trovare! Si sa, le avanguardie sono malattie infantili dell’evoluzione. Ero troppo avanti per i tempi. Oggi avrei avuto Standing Ovations, migliaia di Like e sarei diventato un Fashion Blogger! Non concordando su alcun piano alternativo ci ritrovammo alla banchina d’imbarco con l’R4 e il Ford Rosso : destinazione “Ritorno a casa”! Il saluto con i ragazzi del porto fu l’ultimo contatto fisico con l’isola. Avevamo una morsa nel cuore, un groppo in gola e una tristezza di fondo che cercavamo di nascondere l’uno all’altro, ingannando i tempi morti con il racconto delle giornate passate o gasandoci con nuovi progetti futuri. Il primo progetto era già iniziato. “Ritorno a casa”. Torino. Piemonte. 1200km! Oddio la distanza sulla cartina non era più di 800km ma passando da Venezia….per andare a Torino….si allungava…un po’…ma questo la diceva lunga e sgomberava  il terreno da equivoci sulle nostre veritiere intenzioni di ritorno a casa. Lo spunto ce lo diede un articolo apparso sulle pagine nazionali di Repubblica. “Pina Bausch a Venezia! – Teatro Malibran!”
Letto-Fatto. Avevamo immediatamente dirottato l’itinerario del Ford Rosso sul lato adriatico. Lasciato il campeggio “Tre Pini”, lasciata l’isola, lasciati gli amici marinai del porto, lasciate giornate di oblio e le serate di casino qualcosa non lo avevamo lasciato e , inconsapevolmente, lo avevamo portato con noi. E in un baleno me lo ritrovai di fronte! Non faccia a faccia come l’ultima volta. Era dall’altra parte del ponte di poppa. A 15 metri da me, in mezzo alla folla che stava dando l’ultimo saluto all’isola nel tramonto che avrebbe chiuso la giornata e la vacanza! Un grido aprì in due ali il gruppo ” Maddai!!! Non ci posso credere! La persona che sognavo di incontrare! Ti ho cercato per giorni su tutta l’isola. Dove ti sei cacciato? Dove si sparito?  Pensavo che te ne fossi già andato e che non ti avrei mai più rivisto! Non sei venuto su, all’Ostello! Ma vedi, il destino è ineluttabile . Ci da un’altra possibilità!“. Chiuso! Ero chiuso! In mezzo al mare! Su un traghetto! Nessuna via di fuga! La sera della festa ero riuscito a togliermelo di torno con destrezza e grazie ad un greco statuario che era apparso mentre stavamo brindando alla grandezza di Kavafis e lui aveva iniziato a citare in originale le parole di “Itaca”. Il tipo sarà stato invadente ma aveva una capacità straordinaria di passare da attimi di platealità deplorevole a momenti di sensibilità limpidi, estatici, sublimi. Aveva una sterminata aneddotica a disposizione e una conoscenza letteraria disarmante. Passava da Kavafis a Verlaine, da Genet a Capote , da Mann alla Youcenar. Conosceva Mishima, Leavitt, Forster. La notte della Festa del Patrono, guardando i turisti che godevano l’ospitalità della popolazione locale mi parlò di Rossellini, Visconti e mi citò Pasolini con tale passione che ci commuovemmo entrambi convenendo che la sua voce caparbia e critica era rimasta unica e irripetibile.  Al contempo abbozzava aforismi di Wilde in modo così consapevolmente maldestro da chiedersi non lo facesse apposta per farsi correggere e dirottare il discorso in campi più espliciti. Quella notte riuscii a sganciarmi mentre ancora stava raccontando al greco statuario la sua vita. Ma eccolo di nuovo qui! Mi sentivo braccato ma allo stesso tempo non percepivo ostilità! Mi sentivo assillato ma non percepivo cattiveria. Mi sentivo insinuato ma allo stesso tempo non percepivo ingiuria. Ero disorientato di non essere in grado di accettare pacificamente la carica di attenzioni che ricevevo, di percepire fastidio per quel comportamento appiccicaticcio e insistente, di essere prevenuto e curioso di fronte ad un’estroversione così schietta e instancabile! Ma qualcosa dovevo fare e dovevo farlo in fretta, prendendo una posizione netta e senza possibilità di equivoci. Improvvisa la via d’uscita si aprì davanti a me. Si concretizzò camminando malferma sulle gambe cicciotte, con le braccia aperte e una risata fragorosa. Mi corse incontro mormorando per la prima volta due sillabe che da tanto cercavo di insegnargli “Gio…nni!…Gio…nni!…Gio…nni!” “C’mon, C’mon, Bello a papà! Vieni a papà! Vieni a papà!!!” Me lo strinsi al petto. Lo sbaciucchiai e gli scompigliai i riccioli. “Vieni a papà!

* * *

…continua

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