Arrivo a Venezia – L’Isola – Quinta puntata

Quella che segue è la quinta puntata del racconto “L’Isola”. Per riprendere il filo delle precedenti basta schiacciare qui!

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Il resto del viaggio lo passai al bar del Vapore, giocando carponi sotto un tavolo con C’Mon. Lo avevo praticamente rapito a Clivio e consorte sul ponte e me lo ero portato al bar “Panini Caldi Bibite Fredde” e, con la scusa di preservarlo dal beccheggio del Vapore, me ne stavo mimetizzato in mezzo a un gruppo di mamme con infanti sulla soglia del vomitino e del pannolone. Impegnavo il tempo con lui per tenermi lontano dal ponte del traghetto dove avevo incontrato, ed evitato per la seconda volta, il tipo dell’Ostello che, in tre minuti, era riuscito a rampognarmi per come ero sparito la notte della Festa del Patrono, a indagare su come ero riuscito a nascondermi, su un’isola, per non essere più riuscito ad incontrarmi e, superando d’un balzo ogni malumore, a invitarmi con un sorriso abbagliante a visitare il Vulcano che c’era sull’isola che il Vapore avrebbe presto raggiunto. Il Vulcano puntuale come una campagna di marketing, aveva ripreso una minimale schioppettatura che si notava appena appena nelle notti terse di piena estate. Gli abitanti delle isole non lo percepivamo neppure. Alla Pro Loco invece, erano in assetto di guerra – calamità naturale – protezione civile. Ogni scoreggia che echeggiava nel circondario del Vulcano, partivano con le jeep, bloccavano il traffico, cintavano zone che definivano ”pericolose e non agibili”. Prima di tutto questo chiamavano quelli delle tivvù private. Ogni lapillo, ogni colata, ogni sciarra a mare aumentavano le prenotazioni per le vacanze sull’isola. Arrivati al sold out il vulcano non se lo cagava più nessuno per un anno!!!

Declinai l’invito esibendo il cucciolo biondo e riccioluto, assumendomi una paternità posticcia e, aggrappandomi letteralmente al bimbo, me ne scappai in coperta. Pensandoci ora mi chiedo da quale fobia stessi proteggendomi, da quale mostro stessi riparandomi, quale lesione avrebbe ricevuto il mio io se avessi evitato quel bluff sulla paternità che mi ero giocato pochi minuti prima. Le risposte potrebbe darmele il belga che divise con lui il saccoapelo quando arrivarono in cima, alla bocca del Vulcano, e furono accolti da una notte freddissima! Ignorando le dinamiche termoambientali di un vulcano, aveva affrontato in espadrillas e t-shirt la salita alla cima e si era ritrovato a gelare nell’escursione termica della notte estiva vicino, si fa per dire, alla bocca del Vulcano che non ne voleva sapere di eruttare lapilli e lava. Preso in controtempo dalla picchiata termica della notte in altura era riuscito a proteggersi e a farsi proteggere dall’imbecillità e dal freddo da un accondiscendente belga che lo aveva riparato con il suo saccoapelo.
Io, di mio, tornai a farmi vedere sul ponte del Vapore quando fui sicuro che il naviglio fosse salpato, quando per sincerarmi che effettivaente fosse sceso, mi sporsi da un oblò e lo vidi animosamente impegnato a terra, sulla banchina, a confabulare con due stranieri e quando, recuperata la mia macchina fotografica e, salito sul punte di poppa, finalmente mi dedicai a scattare foto al tramonto.
Il Vapore ci riportava in continente. Avevamo deciso di arrivare a Venezia entro la notte. Avremmo quindi dovuto tagliare trasversalmente l’Italia spostandoci sul versante adriatico cercando di evitare i nodi di traffico più intasati nel luglio vacanziero. Non so come, anche perché io non guidavo e delegavo a Clivio ogni operazione di trasferimento, ci ritrovammo ad Orvieto e mangiammo pane e stupore per la bellezza del Duomo e dell’impatto della città. Nel pomeriggio inoltrato, perché distrarsi un attimo da Clivio volle dire ritrovarselo addormentato all’ombra di un olivo in un giardino vicino a Piazza del Duomo, riprendemmo strada e arroventando l’unica audiocassetta che avevamo salvato dalle irrepristinabili dissezioni esplorativo/cognitive del cucciolo. Prima della partenza per la vacanza avevo preparato alcune audiocassette con le canzoni migliori e più nuove di quell’estate, Un po’ come oggi si compilano le playlist sui devices che poi si collegano con il bluetooth agli altoparlanti delle macchine o delle centraline di casa. Con le audiocassette si potevano caricare solo 12/15 brani per lato. Non era neanche il caso di girarle perché quando arrivavano alla fine di un lato ricominciavano automaticamente dall’altro. C’Mon ne aveva usato alcune per i suoi giochi estivi. Una l’aveva srotolata facendo stelle filanti con il nastro magnetico, un’altra l’aveva usata come ponte levatoio per il castello di sabbia che gli costruivamo tutti i pomeriggi in spiaggia. L’unica rimasta, che ci fece da sottofondo nella risalita adriatica conteneva il successo di quell’estate, che io mi ostinato a cantare a piena voce gesticolando e mimando movimenti di danza mentre ero seduto sul sedile destro nella cabina del Ford Rosso. “Vamos a la playa! Todos col sombrero!!! Oh oh oh oh oh!!! El viento radiactivo, despeina los cabellos!!! Oh oh oh oh oh!!!

La parte più dura del viaggio fu il tratto serale/notturno. Clivio guidava a memoria, praticamente in ipnosi alimentata da stanchezza, poca musica , sempre la stessa, a volumi esagerati ed con me che parlavo a raffica e per tenerlo sveglio mi inventavo e gli raccontavo aneddoti della vita della qualunque. Ancora adesso quando cita quel viaggio lo ricorda come uno degli incubi più oscuri, un labirinto senza uscite, un’affabulazione di parole, suoni e immagini indecifrabile. Si risvegliò e si risvegliò di colpo quando, giunti sulla strada che congiunge Mestre a Venezia, vedemmo sul profilo dell’orizzonte notturno uno spettacolo di fuochi artificiali straordinario, suggestivo, trionfale! Erano quasi le due di mattina! Il colpo d’occhio rivelava un’accoglienza spettacolare! Un impatto sfolgorante! Un’entrata degna di un primattore eccezionale! Eravamo sbalorditi, senza parole, ridevamo orgogliosi per lo spettacolo di cui eravamo immeritatamente protagonisti! Protagonisti unici peraltro perché eravamo veramente solo noi a procedere in direzione Venezia!!! Ecco, e proprio questo dava una spiegazione un po’ meno esaltante e più realistica a quanto stava accadendo! Erano i fuochi di chiusura del sabato della Festa del Redentore che Venezia celebra con grandeur e con una Messa notturna che viene chiusa con l’esplosione di fuochi pirotecnici e festeggiamenti fino a tarda ora. Con gli occhi strabuzzati lentamente procedemmo sulla corsia di ingresso alla città. Sull’altra carreggiata si stava formando la colonna di coloro che, terminata la festa abbandonavano Venezia. Quando ci fermammo erano le tre della mattina e il nostro arrivo trionfale si concluse nel parcheggio del Tronchetto dove ci accampammo esausti. La domenica avevamo un appuntamento con il TANZTHEATER WUPPERTAL di PINA BAUSCH

…continua

 

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