Clivio – Ancora Lui!

 

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Quando lo inviti  a cena, lo vedi arrivare e…ti chiedi se ha capito male!
Pensi di fermarti una settimana?” 
“Ma no dai, ho portato due cose che avevo in freezer. Erano già pronte!“.
Le due cose stanno in quattro borse! E inizia a tirare fuori tre o quattro tupperware colmi fino all’orlo.
Questa è una cosa…una…scaramella per il bollito. Qui ho dei porcini che ho raccolto a….non te lo dico! Questo è scamone! Lo facciamo appena scottare e vedrai che tagliata ne esce. Questa è una minestra di cùcmèy. L’ho cucinata e congelata a settembre, basta scaldarla e aggiungere del pepe! E’ fatta con porri, patate e mazze di tamburo!
Poi si ficca nelle borse fino alla testa e presto
come un mago con gesto lesto
inizia ad estrarre, a tirare fuori
oggetti che cela come assi di cuori.
Uno per uno li alza, li giòstra
Quindi li cala, li appoggia, li mostra
Pentole, schiumaròle, bacinelle.
Forchettoni, apriscatole, padelle.
Mestoli, spremi-arance e un coltellone.
Un imbuto, un colino e una sac à poche in silicone.
Forchette, coltelli e poi una pietra cote.
A questo punto speri che le borse siano vuote!
Un cazzo!
Lui cerca ancora più in fondo e tira fuori…
coltelli, forchette e un coso in mezzo al mazzo
si dai quel rullo per slargare la pasta…dai
quel coso…un…un mattarello.
Sembra aver finito…ma fruga fruga
Spunta ancora  una pinza e un pestello
delle  palette, una piastra e delle salviette.
Fruste, scavini, coltelli e forchette.
Forchette e coltelli  devo già averli scritti prima
ma mi serviva ripeterli per fare la rima!
Invade il banco di cucina come un ciclone!
Occupa, invade ne diventa sordo padrone.
Persino la voce si fa più stentorea, più ansiosa
Fine della poesia! Riprende la prosa!

Da quel momento inizia una cantilena urlata di “Passami  il coso!” “Sposta la cosa!” e, fenomeno cacofonico inestricabile, “Cosa fa quel coso su quella cosa?“. Non gli mancano di certo i termini, ma nel pathos del coordinamento dei tempi della cucina deve avere vicino un medium per comunicare e ritrovare le tracce di ciò che ha lasciato incompiuto intorno a sé. Un giorno mi disse “Mi diverte cucinare con te perché tu vedi il lavoro!“. Ne rimasi impressionato e, orgoglioso, ci ripensai su a lungo. Lo presi come un grande riconoscimento per le mie capacità organizzative e le mie doti di previsione e gestione delle risorse! Mi vedevo già con una giacca da cuoco, doppia fila di bottoni, il colletto alla coreana! Nera, Giacchetta Nera (questa fa cagare!!) ! La targhetta col nome su una tetta. E un cappello floscio. Nero pure quello! In una cucina triplainox multiaccessoriata padelle di rame e sei fuochi in attesa….Più tardi compresi e mi sgonfiai, proprio come avevo immaginato il cappello. Me lo aveva detto solo perché avevo azzeccato un mestolo, tra i tre che avevo davanti, e glielo avevo passato al volo mentre stava preparando un risottino che avrebbe trasformato, come sempre, in un piatto intrigante, originale e, oltre che gustoso, bello da vedere.

Perché non gli basta recuperare sapori che ricerca nella memoria del tempo e dell’orto, vuole che, quando un piatto arriva in tavola,  ti si riempiano prima gli occhi. Poi il palato. Poi la pancia.

Lo accompagnai in un bosco un giorno, per quella che credevo una passeggiata per sgranchire le gambe e facilitare la digestione di un paio di bottiglie del vino che lui stesso aveva prodotto. Le avevamo vuotate a pranzo dopo aver passato mattinata ad accatastare legna. Mi incuriosì che portasse con sé un cestino. Dopo aver percorso una poderale tra una piccola vigna e una riva difesa da rovi floridi di gemme e spine, si diresse deciso verso un gruppo di piante che sembravano una nuvola rigogliosa di fiori con petali piccolissimi ed allineati in due colonne parallele, ai lati di un rametto grazioso e flessibile. Un profumo intenso, insistente, persistente. Li annusò e me li fece annusare, poi iniziò una cernita attenta selezionandoli con maestria e scrupolo, in modo da preservarne intonsa l’integrità della forma, mantenendo la regolarità coreografica dei petali. Li distese sul fondo del cestino e, colmato il primo strato, strappò da una pianta vicina foglie larghe per farne una nuova base di appoggio per i rametti che si apprestava a raccogliere ancora. Così continuò fino a colmare il cestino. Già me li immaginavo ornare la tavola che dovevamo allestire per gli amici, la sera. Erano i primi di maggio. Come al solito il venerdì, il primo e il terzo del mese, ci incontravamo con un affiatato gruppo di amici e ognuno si dava da fare per farci conoscere le interpretazioni della propria cucina su un tema che veniva proposto.
Cena delle Erbe!
Il titolo invero venne molto criticato e mi aspettavo di restare sommerso da insalate e minestroni comelofacevalamianonna. E invece arrivarono Prezzemolo, Basilico, Sedano, Salvia Selvatica, Aglietto Fresco, Livertin, Papavero, Caprifoglio, Pomodoro, Ortiche, Parietaria, Menta, Fave, Borragine, Cipollotti, Salvia dell’Orto, Spinaci, Carote, Alloro, Timo Serpillo Rosso. Con ricercatezza e fantasia avevano ispirato risotti, frittate, spumoni, flan, insalate, pinzimonio, aspíc, dadolate, julienne. Il tavolo di servizio fu in breve ricoperto di piatti colorati, profumati, saporiti. Quando il giro del prosecco da aperitivo aprì le danze ognuno iniziò a darsi da fare e nel giro di mezz’ora i Lanzichenecchi  mi sembrarono suorine di clausura. Ero appagato dal frastuono e dal vociare del gruppo. Seppur chi apprezza il cibo solitamente preferisce gustare in silenzio il proprio pasto, i nostri incontri quindicinali erano un occasione di casino che raramente veniva immolata per un piatto di lenticchie (azz..che citazione!). Nel mezzo del casino dunque, mi salta in testa un pensiero e ….porca putt… “Clivio ma dove hai messo le…le…le cose!!! Le…cose…le gaggie, le robinie, le…acacie???”. Ci avevamo passato il pomeriggio intero. Prima a raccoglierle, poi a lavarle e infine a lasciarle asciugare. All’arrivo dei primi invitati le avevo perse di vista e me ne ero scordato. Lui no! Con un sorriso bastardo, furbetto, compiaciuto, indicandomi una planetaria, Clivio mi disse: “Inizia a setacciare la farina, aggiungi, facendola cadere goccia-goccia, acqua gassata e un poco di zucchero a velo”. Così lo disse! Senza mai dire “coso” , senza mai dire “cosa” , senza mai dire “cosi” ! Quasi ci rimasi male e senza capire eseguii. Quando la pastella iniziò a formarsi alzò il fuoco sotto una pentola apparsa da chissà dove e piena per metà di olio. Iniziò ad intingere ad uno ad uno i fiori d’acacia nella pastella e con mossa misurata lì calò nell’olio. Dopo un tempo collaudato, con delicatezza controllata e premurosa, li estrasse dall’olio e li poggiò su di un vassoio che in poco fu saturo. Allora, con un un’occhiata, mi fece capire che era ora di servirle al branco…

(Clivio è un nome di fantasia, inventato,
affinché nessuno possa fare lo splendido
e trovarci riferimenti personali e diretti
a qualcuno che pensa di conoscere,
che poi mi vengono fuori le grane legali!!!).

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