Antonella

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Non posso proprio dire che fosse bellissima.
Al 
primo sguardo ti colpiva il fisico. Alta, non magra, sinuosa. Portamento determinato, fronte ampia, spalle diritte! La pelle ambrata le dava un’aura di esotico, un’abbronzatura permanente che le esaltava gli occhi, li rendeva più chiari, come se dal verde intriso di sfumature più consuete, se ne estraessero solo le più luminose. Impattava, colpiva!
Io la pativo!
Se superavi indenne il primo contatto, poi notavi il naso. Si vedeva, non c’era nulla da fare, stava lì! Un naso un po’ ricurvo, aquilino e un po’ grande per l’ovale del suo viso. Non brutto, anche se io ero talmente preso da lei che passavo sopra tutto, ma si notava e lei, lei  lo sapeva. Intendiamoci, la consapevolezza  e la convivenza con il naso prominente, le inducevano espressioni che me la rendevano ancor più affascinante. Si capiva che ne pativa. Si capiva che ne era stata delusa e amareggiata. Si capiva che non se ne era fatta una ragione, non lo difendeva. Lo subiva, cercando di non farsene accorgere. Guardandola, seguendola da lontano, indagando con continuità le sue espressioni, pure quando pensava di non essere osservata, il suo atteggiamento di protezione poteva sembrare minimale, ma per uno che la sapeva a memoria e addirittura anticipava le sue reazioni era evidente la fatica che le gravava ogni momento. Con gesto ossessivo si spostava i capelli, lunghi, fini e chiari, che le cadevano sugli occhi e sulla faccia, le impedivano la vista!  Nel farlo drizzava il busto, ergeva il seno, sporgeva con naturalezza il collo aprendo alla piena luce il volto e il naso fendeva lo spazio davanti a lei con tutto ciò che le stava davanti. Immediatamente, subito, ogni volta, come se stesse rettificando un errore commesso inconsapevolmente, lasciava ricadere la testa e i capelli che riprendevano a schermarla. Tornava a proteggersi, nascondersi, scomparire. Questo si ripeteva spesso, per lo meno quando le diventava strettamente necessaria la visualità panoramica dell’esterno. Poi riprendeva la sua figura un po’ impettita, quasi altera, quasi respingente e tornava a ripetere il gesto ritualmente. Io la anticipavo, sapevo lo avrebbe fatto e mi piaceva coglierla nella sua fragilità, indagavo il limite di quella tensione, le ero sodale e avrei voluto dirle “Smettila di tormentarti, di preoccuparti per quel naso, sei bellissima, spingi i capelli sulle spalle, fatti guardare, guardami!”  Per fortuna non l’ho mai fatto. La seguivo da lontano, appena potevo ero sotto casa sua. Col tempo avevo imparato a quale ora uscisse il sabato pomeriggio e nei pomeriggi dei giorni di scuola. Intuivo da come era vestita anche i suoi itinerari, che quasi mai si allontanavano da percorsi consueti. Così, spesso, mi facevo trovare in luoghi che le sapevo familiari e la anticipavo, ero già lì! Quanti appostamenti e quante congetture nell’attesa di vederla comparire! E quante volte non l’ho proprio vista arrivare… Mentre aspettavo leggevo. Mi portavo sempre appresso un libro e la mia scelta iniziale cadde sulle poesie. Poesie d’amore! Prevert, Neruda, Lorca. Tentai di leggere Kavafis, scartai in fretta Leopardi, ripiegai su Pavese. E dopo cotanta infelicità mi convinsi a cambiare genere ! I tecno-thriller del primo Ludlum, troppo complicati,  le spy-story di Forsyth, troppo intricate! Mi distraevano! Così recuperai in casa alcune avventure del commissario Maigret! Con quelle trovai una misura. Erano scritte a capitoli di dieci dodici pagine. Erano i tempi esatti che si incastravano nelle pause  nel mio pedinamento. Soprattutto mi servivano a distribuire su fronti diversi adrenalina e testosterone. A differenza di Maigret comunque, dai miei pedinamenti non emergeva nulla e soprattutto non trovavo le prove per incastrare il colpevole. Fuor di metafora non riuscivo ad inventare una scusa per affrontarla, e ve lo dico fin d’ora non ci riuscii mai. Sì, ve lo giuro, tutta questa storia non ha una fine gloriosa, non una conquista epica, non un amore. Come nacque morì! Con tanti kilometri a piedi, in bici, di corsa. Senza un traguardo tagliato, senza un bacio rubato, senza una lacrima o un insulto d’addio!
Ma allora non servì a nulla? NO! Non è così! Imparai!
Sì…imparai a memoria tutte le vie, le vetrine, le portinerie tra piazza Santa Rita e corso Rosselli. Al chiosco di largo Orbassano facevano i migliori frappè del quartiere. Le pizze al tegamino sfornate alle 17.00 in punto alla pizzeria  Rizzi in via Castegnevizza, ineguagliabili! I torciglioni della pasticceria Bellocchia, alternate alle meringhe fresche! Il girarrosto Santarita era l’unico a sfamare l’intero quartiere a prezzi popolari. Il gommista di via Vernazza ritirava le gomme nuove e quelle usate alle 18.30 nei giorni feriali e alle 12.30 il sabato.
Cosa successe veramente? Era appena finita la scuola, prima o seconda liceo, non ricordo. Avevo molto più tempo libero a disposizione e un programma di appostamenti rodato. Mi ero deciso ad affrontarla. Per la prima settimana tollerai di non riuscire ad incontrarla pensando di aver sbagliato l’orario delle sue uscite. Me la immaginavo partita in villeggiatura ma presto intravidi i suoi genitori rientrare a casa, peraltro ad un’ora inconsueta. Mi determinai che non potesse essere in vacanza da sola se i suoi erano in città, così raddoppiai i turni di avvistamento. Nulla, non la incrociai più. Mi appostavo, oltre che davanti al portone anche sul retro della casa, sul lato dove immaginavo potesse essere la sua camera da letto e per parecchio tempo vidi le persiane abbassate. Mi convinsi che fosse partita con qualche amica o che stesse male e non potesse uscire. I giorni passavano e spesso riuscivo a finire di leggere un’intera inchiesta di Maigret in un pomeriggio d’attesa. Arrivò il tempo della mia vacanza e lasciai Torino per oltre un mese. La prima cosa che feci al ritorno in città fu piazzarmi sotto casa sua negli orari che ormai mi erano consueti e iniziai ad aspettare! Passarono davvero pochi minuti ed apparve! Statuaria come sempre ma non abbronzata, non aveva fatto vacanze! Di passo lesto intraprese il solito itinerario verso il centro ed io corsi in avanti ad appostarmi, verso Largo Orbassano, dove avrei potuto vederla arrivare e l’avrei avuta di fronte per un lungo tratto, senza ostacoli. Dopo pochi minuti era là, camminava spedita! Ogni tanto dava uno sguardo ad una vetrina sul lato della strada poi rialzava il collo drizzava il busto e con un gesto veloce della mano si alzava i capelli e li spingeva all’indietro. Ma si fermava lì, restava col busto ritto, lo sguardo spaziava sull’orizzonte e sulla strada di fronte. Guardava avanti, guardava lontano, si lasciava guardare! Il naso non c’era più! Cioè c’era, ma non lo stesso di prima! Era successo qualcosa! Era diverso, più piccolo, più tondo, leggermente in fuga verso l’alto. Sembrava reggerle la testa, lo sguardo e il busto! Tutti sorretti dal nuovo nasino.
Adesso posso dirlo!
Era diventata veramente bellissima!!!
Ma io…io non avevo più nulla da dirle!

* * *

Antonella  è un nome di fantasia, inventato, affinché nessuno possa fare lo splendido e trovarci riferimenti personali e diretti a qualcuno che  pensa di conoscere,  che poi mi vengono fuori le grane legali!!!

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2 pensieri su “Antonella

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