La Scoperta dell’America – Prima Parte

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Sono cresciuto convinto che fosse il diavolo!
Che fosse la madre di tutte le cospirazioni. Che fosse dietro ad ogni nefandezza internazionale. Guardavo con diffidenza ogni film, leggevo con dubbio ogni notizia, ripudiavo anche i prodotti che venivano da là! Con due sole eccezioni. La Coca Cola e Bruce Springsteen! Per la Coca Cola mi giustificava Che Guevara che non ci rinunciava neanche dopo la Revolucion. Per Springsteen mi assolvevo da solo!

Dopo l’esame di terza media una profia, che oltre ad essere carina era anche la più sveglia, mi consigliò di leggere un libro che era  uscito da poco! Me ne parlò con entusiasmo, citando episodi, pagine, aneddoti! Disse che mi avrebbero preso. Disse proprio che mi avrebbe “fatto capire”, che dovevo leggerlo, assolutamente! Le sue parole, la sua determinazione e il suo fascino, che sconvolgeva i miei ormoni ogni volta entrava in classe, mi spinsero in libreria!
L’autobiografia di Malcom X!
“Miiiii…quasi 500 pagine, fitte fitte, poche foto, compresa quella in copertina, tutte decisamente tristi. Lo dovevo alla profia. Non senza rimpianto, ficcai la testa nel libro. Un incipit folgorante, poi pagine e pagine di una vita devastata, tra spaccio, jazz, galera e ancora droga. Il giovane Malcom e i suoi fratelli sempre nei casini fra galera, processi, violenze. Nelle ultime pagine la conversione e la redenzione, il martirio! L’ho riletto più volte negli anni successivi ogni volta ringraziando quello schianto di profia : mi aveva fatto percepire il fuoco che c’era in quel libro. Ricordo che facevo fatica nel leggere i capitoli dell’esperienza politica degli ultimi anni di Malcom, le pagine della presa di coscienza, le parole più arrabbiate e critiche sulla società americana. Leggevo avidamente gli episodi della biografia avventurosa del giovane Malcom Little, indugiando sulle scene con protagonisti i più grandi jazzisti degli anni ’50 e ’60 e appuntandomi i titoli dei brani citati. Quando la mia raccolta di dischi jazz si arricchì, riuscii a ritrovarli e ad ascoltarli quasi tutti. Questo libro mi aveva stregato, avevo scoperto che leggere aveva un fascino intrigante. Potevo conoscere fatti, luoghi, persone, che erano lontane e questo fascino avrebbe fatto danni nel mio futuro…. Iniziai a leggere altri autori americani. Ci trovai un’America diversa!  Diversa era l’America di Steinbeck, i cui romanzi degli anni ’30, Furore e Al Dio sconosciuto, raccontavano tragedie in cui la drammaticità aveva una giustificazione quasi mistica o metafisica. Diversa era quella di Norman Mailer e il suo sogno americano, diversa quella di Jack Kerouac e dal suo sballo vagante e permanente, diversa la provincialità eclettica di Truman Capote, diversa era l’America-vomito irritante e irriverente di Charles Bukowski. I romanzi, che ora sceglievo da solo, diventavano meno corali, descrivevano disagi ma li risolvevano con approcci individuali, personali, interiori. E con i romanzi venne il cinema. A raccontarci Custer da solo con la bandiera in mano in mezzo al carosello degli indiani, o Jack Lemmon e Tony Curtis vestiti da donna  e poi Bogart che fumava , fumava fumava..Il cinema ci metteva il carico creando stereotipi bellocci e muscolosi, belli e misteriosi, introversi e duriepuri. Gli americani si trasformavano, ai miei occhi, tutti in James Dean alle prese con se stesso e i suoi tormenti, o in Marlon Brando e la sua moto, o peggio in John Travolta che ballava vestito di bianco. Le donne? Oche! Bellissime, ma oche. E poi la musica! La musica che ci aveva arredato le domeniche e le feste dei primi  anni ’70 era bellissima, ritmata, sorridente e inebriante. I ragazzi bulli, eleganti, cretini. Le ragazze bellissime (tutte tranne una, che era quella intelligente), sempre con vestiti svolazzanti (che non toglievano mai!), sempre con un cicles in bocca ( da attaccare sotto qualche banco se c’era qualcuno da baciare) . Ci volle Woodstock e qualche Fender, Stratocaster prima e Telecaster più tardi, a riportare estro e sostanza al rock and roll d’oltreoceano. Così come ci volle Peckinpah per farci capire che il sangue degli indiani e del Settimo Cavalleggeri di Custer era pomodoro, che dietro ogni sparo, coltellata, scoppio di granata c’era una fisicità deturpata, c’era un dolore atroce, c’erano vedove, orfani, madri straziate, c’erano litri di sangue che sembravano invadere la platea, schizzi che sembravano insozzarti la vesta della domenica. Forse era la sua risposta alle guerre che l’America faceva fuori casa per le quali chiedeva figli alle patriottiche famiglie. Illudendo il loro fervore con l’idea di mandarli a vincere delle guerre lampo, delle passeggiate di salute. Quando iniziarono a non tornare o a tornare senza dei pezzi, quando quelli che tornavano interi non riconoscevano i luoghi da cui erano partiti e le persone che avevano lasciato, quando le barbarie che avevano vissuto li convinsero che John Wayne li aveva illusi nei film in cui mordeva una striscia di cuoio e si estraeva dalle ferite le pallottole con un coltello, ci volle ancora un film per raccontarci la nuova tragedia. Attraverso gli occhi di Scorsese, del suo taxista, il dramma della guerra proiettava la sua dimensione temporale oltre ogni scadenza. I Veterani erano costretti a continuare a combattere la loro guerra anche a casa, contro un nuovo nemico. Ci provò anche Stallone a raccontare il rientro di un soldato da una guerra. Il disagio che creava presso la tranquilla comunità della provincia mi ricorda anni recenti e luoghi vicini. Peccato che Stallone cercasse di emulare i suoi incubi anziché elaborare la preziosa strada che aveva intrapreso. Ne usci un film con tutte le maiuscole messe al posto sbagliato, orientato solo al risultato del botteghino.  Io non ci capivo più nulla però!

L’America che Malcom X mi lasciava immaginare era dura, iniqua, razzista e bigotta, violenta. Quel libro era diventato un riferimento. Aveva  aperto una porta, creato curiosità, svegliato interessi. Al liceo avevo un tascapane comprato al Baloon era usato, di seconda mano. C’era scritto con un pennarello indelebile “C’è chi fa le bombe e chi le USA”. Mi era piaciuto  e lo mostravo in giro come l’avessi scritto io! Nel giro di 6 anni le notizie più eclatanti che parlavano dell’America erano legate  a fatti di sangue a sfondo politico. Dal 1962 al 1968 erano morti in modo cruento i fratelli John e Robert Kennedy, Malcom X, Che Guevara e Martin Luther King.  Negli stessi anni  era in corso una guerra che i giornali  documentavano con report terrificanti ma l’America andava sulla Luna, vinceva le sfide sportive più importanti, invadeva il mondo con la musica più allettante. Io ci capivo poco! Il libro di Malcom X aveva scardinato un castello mi aveva indotto a cercare altri autori, altre voci altri scrittori. Mi ritrovai al punto di partenza, e solo Malcom X reggeva. Con due contraddizioni. La prima : a lui lo avevano sparato e la seconda, la sua tesi portava al ritorno all’Africa . Mi lasciava senza appigli. L’America della mia adolescenza si era assegnata il compito di proteggere il mondo occidentale e per gran parte del secolo aveva mostrato i muscoli e i suoi grugni più incazzosi a protezione e difesa della ricchezza che l’occidente aveva accumulato. Si ritrovava a non avere risolto nulla fuori e con un sacco di problemi in casa. Con l’89 e il progressivo dissolversi della potenza militare  ed economica del gruppo dell’Est europeo gli USA persero un palcoscenico. Restava il ruolo! Restavano le potenti industrie delle armi  e tutti i loro magazzini da piazzare. Come ogni campagna di marketing aggressiva la mission era cercare nuovi mercati.
Anche la mia vita era cambiata. Erano cambiati tanti palcoscenici anche se i ruoli erano ancora gli stessi. Erano cambiati i compagni di strada, gli scrittori di riferimento, i musicisti(quelli no, Springsteen ha solo cambiato voce!), spesso anche i registi. Alcuni non c’erano proprio più, come Malcom X, altri non riuscivo più a seguirli, altri si erano stancati. La mia profia era lontana e inarrivabile, i libri me li sceglievo da solo adesso! Spesso sbagliavo!
Quello che non sbagliai fu però di accettare il consiglio di un’amica che mi raccontò il suo viaggio negli States.  Me ne parlò con entusiasmo, citando episodi, luoghi, aneddoti! Diceva che mi avrebbe preso. Disse  proprio che mi avrebbe “fatto capire”, che dovevo andarci, assolutamente! Le sue parole, la sua determinazione e il suo fascino…….

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