Nuovo Cinema Santa Rita


lafigliadiryan-poster2

Ci andammo anche la notte dell’ultimo dell’anno.
Io mi ero portato un cuscino e un panettone preso alla Standa, Ricky aveva lo spumante, e Rico aveva la birra. L’idea era quella di fare il brindisi a mezzanotte con tutti quelli che avremmo incontrato. A me sembra di ricordare che vedemmo “Lo chiamavano Trinità” anche se probabilmente era un western della serie  “Sartana” il cui titolo dovrei cercare su Wikipedia oppure citarlo a caso. E mi ricordo anche che a mezzanotte io dormivo sul mio cuscino e Ricky e Rico brindarono da soli al nuovo anno, nella Galleria deserta del cinema parrocchiale.
Era il nostro cinema! In città ce n’erano per ogni esigenza, prima visione, seconda, terza e così via fino al nostro. Il cinema della parrocchia. Film selezionati, niente tette in vista, per il resto gnanca parléne !  Col tempo noi eravamo diventati di casa, conoscevamo la maschera, la cassiera e il proiezionista, che tolleravano le nostre bravate.
Intanto, si poteva fumare!
Protetti dall’oscurità l’anonimato era garantito. Noi ragazzini compravamo le sigarette di contrabbando in un bar lontano dalla nostra zona . Ci andavamo in spedizione  e sottocopertura. Cioè in gruppo e dicendo che erano per uno zio in mutua, che non poteva uscire di casa. Poi il rito del fumo veniva immediatamente celebrato in gruppo. Ognuno assumeva atteggiamenti da esperto e navigato fumatore. Chi smussava la punta della sigaretta fumante sui bordi del posacenere, chi con uno scatto del pollice contro il filtro staccava di netto il mozzicone dalla cenere. I più estremi non spegnevano nel portacene ma con un gioco di medio e pollice lanciavano il mozzicone ancora acceso a distanze imbarazzanti. I più timidi facevano gli emancipati cercando di fare gli anelli di fumo o gli equilibristi senza mai far cadere la cenere. I più fessi continuavano a fare i ganzi pur tossicchiando con le lacrime agli occhi. Io mi ero dovuto inventare una tattica equilibristica per nascondere il giramento di testa che, soprattutto nelle giornate di pioggia, mi assaliva dopo aver fumato due o tre sigarette. Il primo pacchetto di Winston Rosse lo aprii al cinema La Perla in Corso Alcide, guardando “La Figlia di Ryan”! Le tette di Sarah Miles non le dimenticherò mai. Così come non ho dimenticato il volto immutabile di Robert Mitchum che passava in mille situazioni sempre con la stessa faccia. Mi chiedevo come avessero potuto scegliere quel palo della luce per fare il protagonista in un film così complesso, così ricco di tensioni, intriso di ideali e pettegolezzo, di personaggi indimenticabili e caratteristi così bravi da meritarsi l’Oscar. Mentre David Lean elencava le scogliere atlantiche dell’Irlanda del Sud e Sarah Miles vagava col suo ombrello coprisole sulle sabbie inondate dalle maree oceaniche io smaltivo la scorta del pacchetto di sigarette come uno scafato critico cinematografico che stesse visionando per la terza volta un noir americano degli anni cinquanta.
Il fumo c’entrava un cazzo! Era lo stile che studiavamo e cercavamo di emulare. La mano con la sigaretta accesa era sempre cinque centimetri avanti a noi. Chi ci parlava non riusciva a vederci in faccia perché il fumo creava una barriera che spesso sventolavamo via con la mano. Il più delle volte ci lacrimavano gli occhi e ci inventavamo scuse risibili. Un problema lo avevamo al rientro a casa : dovevamo nascondere ai nostri genitori il pacchetto delle sigarette. La mia statura mi permise di trovare uno spazio in un vano dell’ascensore dove erano situate le lampade e così le sigarette non entravano neanche in casa. In casa però entrava il mio alito, i miei vestiti e i miei capelli che si portavano dietro il puzzo del fumo e la lordura della nicotina. Un pomeriggio che non avevo nascosto le cicche nell’ascensore distrattamente me ne cadde per terra il pacchetto in casa! Fu come aver infranto un cristallo, come aver sopraffatto una verginità, come essere beccato a  rubare le elemosine in chiesa. Mi ero svelato! Mi ero involontariamente svelato! Avevo tradito la fiducia dei miei. Avevo snobbato una dinamica di famiglia basata sull’evidenza e sulla trasparenza. Avevo infranto un’immagine di adolescente spensierato e leggero. Avevo cambiato strada da solo, senza neanche informare il conducente.
Non avevo tirato la bomba atomica, certo, ma lo sguardo di mia madre che raccolse ammutolita il pacchetto e l’occhiata allibita con cui mi chiese cosa significasse e perché lo avessi fatto non riuscii a reggerlo. Abbassai gli occhi, presi il pacchetto, ricordo ancora la marca, che non comprai e non  fumai mai più nei 45 anni di fumo successivi, me ne usci di casa. In strada non sapevo dove andare e sentivo un groppo allo stomaco che spingeva verso l’alto fino a bloccarmi il respiro e a stringermi la gola.
Non avevo tirato la bomba atomica, certo, ma pensavo a come avrei potuto tornare a guardare gli occhi di mia madre, come avrei potuto cancellare la delusione che vi avevo letto, come avrei riattizzato la gioiosità spensierata che la tristezza che avevo colto nel vedermi mendace aveva annientato.
Non avevo tirato la bomba atomica, certo, ma sentivo di aver infranto un patto di fiducia che mi lasciava libero ogni giorno e ogni momento nelle mie scelte, che non me ne chiedeva le ragioni, che non mi imponeva delle direzioni, che aveva dato piena fiducia all’autonomia che  mi aveva lasciato.
Mi logorai seguendo le mie ansie per parecchie ore prima di rientrare  a casa. Lo feci, esausto, a tarda sera. Ritrovai la casa di ogni giorno, la vita di ogni giorno, la serenità di ogni giorno. Rimasi spiazzato, incredulo, incerto. Continuò così per parecchio tempo. Non se ne parlò più. Ricordo un pranzo con amici di famiglia qualche mese dopo, quando finimmo di mangiare e, dopo il caffè , qualcuno offrì una sigaretta, mio padre mi guardò di sottecchi e mi disse “Ne vuoi una anche tu?”.

Non capivo, non tornava, mi stupivo! Tutto questo era fuori dai miei schemi. Mi sarei aspettato un ostruzionismo di punta, un blocco totale delle relazioni, addirittura un attacco frontale! Questa rinnovata fiducia mi permetteva di riprendere fiato, di ricomporre le idee, di riacquisire una stima che mi ero immaginato dispersa. Non mi ricattavano, non mi isolavano, non mi insultavano.

Di botto mi venne in mente Rosy! Si, insomma, La Figlia di Ryan! Lei si era ficcata in un casino ben più complesso del mio! Le ultime scene del film descrivono in modo superbo la sua disperazione e il senso di angoscia che l’irrimediabilità della sua vicenda lascia intuire. Non vede via d’uscita, non trova modo di ricostruire il vaso rotto, non riesce a ripristinare la fiducia infranta. Poi di colpo, il palo della luce, l’inespressivo Robert Mitchum si risolve a gettarle un’àncora, a buttarle un salvagente, ad aprirle uno spiraglio di cielo. Rosy incredula lo scorge, lo percepisce, le riscalda il cuore  e passo dopo passo riprende a camminare, a sorridere, a fidarsi, a provarci per lo meno, con il suo incerto e disorientato Mr. Charles Shaughnessy ( il nome del protagonista interpretato da Mitchum) rialza con umiltà e malcelato orgoglio la testa e attraversa, per abbandonarlo definitivamente, il piccolo paese di campagna e la sua bigotta ed arrogante comunità.

David Lean e il suo soggettista, Robert Bolt, chiudono il film con una delle battute che più mi sono rimaste in testa e mi colpiscono tuttora. Il prete, un Trevor Horwad fantastico, mentre accompagna Rosy e Charles sul Postale che li porterà a Dublino verso una nuova vita e dopo aver donato a Rosy un poco credibile frammento del Bastone di San Patrizio, di cui anche lui si dichiara poco convinto, si avvicina  a Robert Mitchum e gli  dice : “Charles credo che tu abbia in mente che tu e Rosy dobbiate separarvi…lo immaginavo…beh forse avete ragione voi, ma io ne dubito! E questo è il mio regalo di addio per te! Questo dubbio!”.

***

*Ricky e Rico sono nomi di fantasia, inventati, affinché nessuno possa fare lo splendido e trovarci riferimenti personali e diretti a qualcuno che pensa di conoscere,  che poi mi vengono fuori le grane legali!!!

** Dopo oltre quarantanni anni da questo episodio, avvenuto quando avevo 13 anni,  ho deciso di botto di smettere di fumare. L’ho fatto per paura, non certo per virtù. Nessuna riflessione, monito, esperienza traumatica mi hanno dissuaso in precedenza. Ne tantomeno il rimorso descritto nelle righe sopra per aver in qualche modo rinnegato la fiducia che mi era stata affidata. Solo la paura di non riuscire più a respirare….

Annunci

2 pensieri su “Nuovo Cinema Santa Rita

  1. ecco un’altra cosa che ci accomuna,io ero convinto di averla sempre fatta franca con i miei genitori riguardo al fumo fino al giorno in cui mio padre uso’ le stesse parole del tuo
    offrendomi una sigaretta difronte non solo alla mia famiglia ma anche a uno stuolo di parenti spiazzandomi completamente

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...