Addio all’isola – L’Isola – Quarta puntata

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Il momento più commovente fu quando salutammo i marinai del porto.
Se lo tenevano in braccio, se lo sbaciucchiavano, se lo passavano di mano in mano come fossero calciatori che avessero ricevuto la Coppa dei Campioni direttamente dal Presidente. Come fosse un pallone ovale su un campo pieno di All Blacks che si battevano sul petto. Con la dolcezza mista a un sorriso che tradiva la malinconia di un addio. Addio alle mattine di risate fragorose ed espressioni di gioia. Addio alle corse traballanti sulle gambette cicciotte ma malsicure, incerte ancora nell’appoggiare, ma irrefrenabili nel buttarsi verso Ciro, Salvo, Tano, Turi e Said. Addio ai giochi ripetuti, sempre gli stessi, inventati per tenerlo a vista e ritrovarlo, tra le reti tese, stese da rammendare, tra i remi appaiati accatastati a riposare, tra le lampare da ripianare dopo la notte in mare.
C’Mon partiva. C’Mon (si pronuncia Cam-òn ma ognuno può pronunciarlo come vuole) è un nome di fantasia, inventato, affinché nessuno possa fare lo splendido e trovarci riferimenti personali e diretti a qualcuno che  pensa di conoscere, che poi mi vengono fuori le grane legali!!!. C’Mon partiva e con lui se ne andava l’allegria, come un circo che lasciava la città! Il Vapore delle 19.00, che avrebbe fermato in ognuna delle isole in direzione del continente e ci avrebbe sbarcato alle 06.30 nella capitale sulla terra ferma, era pronto a salpare e reclamava il “Tutti a bordo!!” Lasciavamo l’isola col corpo intero ma lasciavamo l’intero corpo sull’isola. All’arrivo avevamo impacchettato le nostre abitudini cittadine e, ora dopo ora, avevamo acquisito il ritmo dell’isola. Ci eravamo arresi, senza minimamente combattere, ai tempi della vacanza, dell’ozio, dell’oblio. Prigionieri della bellezza! La sindrome di Stendhal! Prigionieri dell’isola! La sindrome di Stoccolma! Prigionieri dell’indolenza! La sindrome di Sticazzi! Le ultime sere le avevamo passate a trovare scuse plausibili per non tornare alla vita cittadina. La più banale era darsi malati! Farsi prescrivere cure elioterapiche in loco, ma ci mancava il medico compiacente! Qualcun altro pensava di organizzare uno sciopero dei traghetti locali ad oltranza. Si accanivano a discutere su questa ipotesi ma io temevo di essere linciato se mi avessero riconosciuto in porto dopo i numeri dell’attracco. La mia tesi non venne neanche messa ai voti anche perché venne definita “movimentista non allineata”. Consisteva nel buttare i documenti a mare e non farsi più trovare! Si sa, le avanguardie sono malattie infantili dell’evoluzione. Ero troppo avanti per i tempi. Oggi avrei avuto Standing Ovations, migliaia di Like e sarei diventato un Fashion Blogger! Non concordando su alcun piano alternativo ci ritrovammo alla banchina d’imbarco con l’R4 e il Ford Rosso : destinazione “ritorno”! Il saluto con i ragazzi del porto fu l’ultimo contatto fisico con l’isola. Avevamo una morsa nel cuore, un groppo in gola e una tristezza di fondo che cercavamo di nascondere l’uno all’altro, ingannando i tempi morti con il racconto delle giornate passate o gasandoci con nuovi progetti futuri. Il primo progetto era già iniziato. Ritorno a casa. Torino. Piemonte. 1200km! Oddio la distanza sulla cartina non era più di 800km ma passando da Venezia….per andare a Torino….si allungava…un po’…ma questo la diceva lunga e sgomberava  il terreno da equivoci sulle nostre veritiere intenzioni di ritorno a casa. Lo spunto ce lo diede un articolo apparso sulle pagine nazionali di Repubblica. “Pina Bausch a Venezia! – Teatro Malibran!”
Letto-Fatto. Avevamo immediatamente dirottato l’itinerario del Ford Rosso sul lato adriatico. Lasciato il campeggio “Tre Pini”, lasciata l’isola, lasciati gli amici marinai del porto, lasciate giornate di oblio e le serate di casino qualcosa non lo avevamo lasciato e , inconsapevolmente, lo avevamo portato con noi. E in un baleno me lo ritrovai di fronte! Non faccia a faccia come l’ultima volta. Era dall’altra parte del ponte di poppa. A 15 metri da me, in mezzo alla folla che stava dando l’ultimo saluto all’isola nel tramonto che avrebbe chiuso la giornata e la vacanza! Un grido aprì in due ali il gruppo ” Maddai!!! Non ci posso credere! La persona che sognavo di incontrare! Ti ho cercato per giorni su tutta l’isola. Dove ti sei cacciato? Dove si sparito?  Pensavo che te ne fossi già andato e che non ti avrei mai più rivisto! Non sei venuto su, all’Ostello! Ma vedi, il destino è ineluttabile . Ci da un’altra possibilità!”. Chiuso! Ero chiuso! In mezzo al mare! Su un traghetto! Nessuna via di fuga! La sera della festa ero riuscito a togliermelo di torno con destrezza e grazie ad un greco statuario che era apparso mentre stavamo brindando alla grandezza di Kavafis e lui aveva iniziato a citare in originale le parole di “Itaca”. Il tipo sarà stato invadente ma aveva una capacità straordinaria di passare da attimi di platealità deplorevole a momenti di sensibilità limpidi, estatici, sublimi. Aveva una sterminata aneddotica a disposizione e una conoscenza letteraria disarmante. Passava da Kavafis a Verlaine, da Genet a Capote , da Mann alla Youcenar. Conosceva Mishima, Leavitt, Forster. La notte della Festa del Patrono, guardando i turisti che godevano l’ospitalità della popolazione locale mi parlò di Rossellini, Visconti e mi citò Pasolini con tale passione che ci commuovemmo entrambi convenendo che la sua voce caparbia e critica era rimasta unica e irripetibile.  Al contempo abbozzava aforismi di Wilde in modo così consapevolmente maldestro da chiedersi non lo facesse apposta per farsi correggere e dirottare il discorso in campi più espliciti. Quella notte riuscii a sganciarmi mentre ancora stava raccontando al greco statuario la sua vita. Ma eccolo di nuovo qui! Mi sentivo braccato ma allo stesso tempo non percepivo ostilità! Mi sentivo assillato ma non percepivo cattiveria. Mi sentivo insinuato ma allo stesso tempo non percepivo ingiuria. Ero disorientato di non essere in grado di accettare pacificamente la carica di attenzioni che ricevevo, di percepire fastidio per quel comportamento appiccicaticcio e insistente, di essere prevenuto e curioso di fronte ad un’estroversione così schietta e instancabile! Ma qualcosa dovevo fare e dovevo farlo in fretta, prendendo una posizione netta e senza possibilità di equivoci. Improvvisa la via d’uscita si aprì davanti a me. Si concretizzò camminando malferma sulle gambe cicciotte, con le braccia aperte e una risata fragorosa. Mi corse incontro mormorando per la prima volta due sillabe che da tanto cercavo di insegnargli “Gio…nni!…Gio…nni!…Gio…nni!” “C’mon, C’mon, Bello a papà! Vieni a papà! Vieni a papà!!!” Me lo strinsi al petto. Lo sbaciucchiai e gli scompigliai i riccioli. “Vieni a papà!”

* * *

Istruzioni per l’uso …per chi arrivasse fino qui!

Questa è la quarta puntata del racconto “L’isola”. Altre ne seguiranno. Saranno pubblicate con cadenza settimanale alternate alle altre pagine del blog. Saranno collegate tra loro da link di facile consultazione. Potete inviare un feedback direttamente  a luciano.alberti5@tin.it.

Stay hard!

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