29 Settembre 1965 – 50 anni a Torino

2015-09-27 20 19 53

Il fischio del capostazione non me lo ricordo proprio più!
Invece lo stridio delle ruote che annunciava il movimento del treno e lo strattone del vagone che mi smosse dal mio sedile, li sento addosso ancora adesso.
Ogni tanto li sogno!
Ogni tanto li richiamo alla memoria.
Spesso mi chiedo se non segnarono la fine di un’età.
Di sicuro furono un inizio di una nuova avventura!!!!

Qualche giorno prima mio padre con alcuni amici aveva caricato tutti i mobili su un vagone ferroviario. Da giorni i mobili in casa diminuivano e non trovavamo più gli oggetti.
Avevo otto anni, mia sorella sei, e pur nella nostra spensieratezza percepivamo che qualcosa stava succedendo, fino a quando ci informarono che a breve avremmo cambiato casa.
Era la terza volta che succedeva negli ultimi quattro anni e sinceramente me ne era sempre importato poco. Avevo costruito pochi legami con i luoghi e con le persone che avevo incontrato. Dei bambini che avevo frequentato, all’asilo e nei primi due anni delle elementari,  solo uno era rimasto nella mia memoria e solo perché ci eravamo picchiati per bene. Era un biondino che parlando masticava  due o tre lettere ma riusciva a prendere dei voti migliori dei miei. Mi stava proprio antipatico. Non solo perché fosse più bravo, più ordinato e più bello, ma perché sembrava neanche cagarmi e così esasperava la mia frustrazione. Un giorno tirammo a tal punto la tensione che riuscimmo a menarci rotolandoci per terra in mezzo alla classe. Prima elementare! Maestra Terragni! Occhiali montatura scura e spessa anni sessanta (cioè ultimo grido!!!)! Rossetto che ci anticipava un prototipo del Joker di Heath Ledger!
La Terragni ci prende ognuno per un’orecchia e ci alza letteralmente da terra. Quindi si fa consegnare i quaderni (il marketing non aveva ancora inventato il diario scolastico) e scrive a tutti e due un calcatissimo “4 per indisciplina!!!” (con obbligo di firma del genitore).
In quegli anni non c’erano mense scolastiche e allora si andava a casa per pranzo e quindi, alle 14.00, si tornava  a scuola e si facevano ancora due o tre ore in aula.
I miei non la presero proprio bene. In compenso le presi io, e proprio per bene. Il mio rientro in classe con le guance rosse e le lacrime che ancora segnavano gli occhi venne però preso in grande considerazione dalla maestra che declamò a voce alta “Visto che ‘l votaccio l’è servito ve lo si toglie e un lo si considera per la media dell’anno! Ma che un vi si ripigli più a fa’ ccasino, che vi si manda tosto tosto dal Direttore!”. 
Il biondino non fece una piega. Se ne stava schiscio e silenzioso. Ogni tanto un piccolo lampo gli faceva brillare quegli occhi azzurri! Nascondeva qualcosa  e presto lo capii! Era andato a casa ma suo padre faceva orario continuato e la mamma indulgente aveva rimandato alla sera il conto della maestra. Con la cancellazione del voto non  sarebbe successo più nulla. Io mi incazzai il doppio! Il biondino era segnato. Non l’avrebbe passata liscia!
Lo persi di vista alla fine dell’anno. La sua famiglia si era trasferita e io conobbi altri compagni. Mi rimase aperto il conto, ma il tempo, i giochi, i nuovi amici scrissero altre strade.

Quando il treno partì dunque, avevo poco da ricordare e quasi nulla da dimenticare. La meta annunciata ci incuriosiva e ci sembrava immensa al paragone con le stradine del paesino da cui provenivamo. Mio padre aveva  affittato un appartamento a Torino, in un  condominio, al quarto piano, che diventava così il nostro record familiare di altezza poiché così in alto al paesino c’era solo il campanile della chiesa e l’acquedotto. L’ascensore ci affascinò per molti mesi e al primo impatto lo pigliammo come una giostra. Gratuita e ripetibile. Lo spazio più contenuto dell’appartamento ci frenò gli entusiasmi. Il disordine dei mobili accatastati al centro delle stanze ci affondò le ultime forze che vennero accolte dai letti opportunamente montati e disposti a muzzo in attesa di una sistemazione più opportuna. Sfiniti ci addormentammo. Eravamo in una città, da poche ore, per la prima volta e…stavamo già dormendo!

Il riseglio al mattino fu da incubo! La città più industriale d’Italia ci accoglieva schierando le truppe corazzate. Il tempo pessimo di fine settembre, il cielo coperto di nubi e grigio dei fumi delle attività produttive, il vocìo del mercato rionale sottostante, la prossimità dei balconi dei terrazzi dei vicini, la pioggia incessante e il riscaldamento condominiale che si sarebbe potuto accendere solo di lì e quindici giorni fecero il resto. E il jolly lo avevamo giocato noi con tutti i mobili accatastati nel centro di due camere, ma soprattutto senza un allacciamento elettrico attivo, il frigo completamente vuoto, senza una cucina attaccata all’erogatore del gas e con tutti gli oggetti di una vita ancora riposti in decine di scatole chiuse e sigillate.
Ricordo mio padre indossare un cappotto decisamente invernale prendere la porta e uscire.  Io e mia sorella giocavamo divertiti e ignari a nasconderci nei nuovi spazi da scoprire ed esplorare. L’immagine che non riesco a cancellare è quella di mia madre. Era seduta, ancora in camicia da notte, con le mani che le sorreggevano la testa, spettinata con la pelle stropicciata e pallida, sembrava cantilenare una litania. Mi avvicinai e cercai di decifrare le parole che ripeteva come un mantra “Poveri bambini, al freddo, in una casa  sconosciuta e buia e la mamma non ha niente da darvi da mangiare!”. L’abbracciai e chiamai Stella, mia sorella. Le dissi “Mamma ci siamo noi qui con te, adesso papà torna, non piangere”. La sua litania continuava e diventava sempre più debole.
Poi l’uragano invase l’ambiente. In cielo si scatenò un temporale residuo di fine estate che sembrava voler ribaltare il mondo con tuoni, lampi e pioggia scrosciante e mio padre irruppe  in casa con un paio di colleghi. Iniziarono a  installare un piano cottura, una lavatrice, un frigorifero. Ambientarono  i mobili. Aprirono tutte le  le scatole e le riposero vuote e ripiegate fuori dall’uscio. Riapparvero piatti, lampade, coperte, giocattoli, libri, posate, bicchieri, crocefissi, tovaglie, scatole di detersivo, una foto di due giovani sposi che mia madre raccolse e in fretta spolverò e quindi pose al centro di una credenza vicino ad un vaso di fiori che ancora mi chiedo da dove sia apparso! Pian piano la casa iniziò a prendere forma. I fornelli  iniziarono a sfrigolare, il frigo a pompare freddo, la lavatrice a sbiancare panni.  Mia madre dimenticò in fretta la sua disperazione, incalzata dal lavoro per gestire tutte le  novità che la nuova vita le proponeva.
Il primo di ottobre, il giorno immediatamente successivo al nostro arrivo, noi ragazzi iniziammo ad andare a scuola. L’impatto fu decisamente devastante! Tutto era più grande, più veloce, più adulto! La differenza si percepiva a pelle. Il nuovo Maestro era un pezzo d’uomo imponente, sempre elegante, maestoso e sapiente. Fumava senza filtro. Occhiali neri tutto il giorno. Tono di voce perentorio. Autorevole. Col tempo scoprii che era buono, ma il primo giorno mi spaventò! I compagni erano più di trenta. La mia statura e un piglio che mi costrinsi a interpretare con determinazione mi permisero di non soccombere come invece accadeva ai più esili. La scuola era grandissima. Aveva tre piani. Il cortile. Due entrate. Da una entravamo noi. Dall’altra entrava la nuova scoperta che cambiò veramente la mia vita : le femmine!

Poi, un giorno, mia madre mi tirò a lucido, mi mise una maglietta blù e gli eterni pantaloni corti che odiavo e che consideravo da gagnù e mi impose di accompagnala a trovare un’amica che si era trasferita da poco in città! Quando arrivammo a casa dell’amica la mia vita ebbe un ulteriore sussulto, i miei sensi si ingallarono, i miei interessi ritrovarono un focus primario.
L’amica di mamma aveva un figlio!
Biondino, lindo , silenzioso.
Nelle poche parole che diceva ometteva le erre e le esse.
Aveva un conto aperto! Io uno da chiudere!

* * *

L’amico protagonista di questo racconto è diventato nel tempo una delle persone più amabili e adorabili che io conosca. Fino a prova contraria è la persona che, oltre ai miei stretti famigliari, io conosco da maggior tempo nella vita. Spesso gli chiedo come fa a frequentarmi ancora. Ogni volta che prova a darmi una spiegazione rimango per ore a bocca aperta. Come dal dentista!

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