Rasty è fatto così!

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Avrei dovuto capirlo il giorno in cui morì suo padre!
Rasty (Rasty con la a, non con la u come quello di Rintintin, è un nome di fantasia, inventato, affinché nessuno possa fare lo splendido e trovarci riferimenti personali e diretti a qualcuno che  pensa di conoscere,  che poi mi vengono fuori le grane legali!!!), Rasty è fatto così!

Quando morì suo padre, al  funerale arrivammo tutti. Tutti riuniti gli amici di Rasty, con  le sorelle, con la mamma. Raccolti intorno a quel piccolo nucleo di affetti che si stringeva più forte ora che uno se ne era andato. Avrebbero voluto parlare con tutti, ringraziare della condivisione di un dolore così profondo, avrebbero voluto stingere le mani dei parenti venuti da lontano, degli amici di una vita che si erano fatti più vicini, dei conoscenti, vicini di casa, passanti e curiosi ma erano paralizzati, stretti, uniti. La mamma che sembrava la più esile apriva le sue ali di chioccia e stringeva i tre figli, come sempre aveva fatto, discreta, dolce, silenziosa. Sapeva che sarebbe stata più sola, d’ora in avanti! Sapeva  che loro le sarebbero stati più vicini, d’ora in avanti!
Rusty fumava. Accendeva, dal mozzicone ancora fumante, la sigaretta successiva. Non riusciva a controllare un respiro compulsivo e le parole gli uscivano a scatti. Frasi brevi, quattro, cinque parole. Spesso ripetute. Con i suoi occhi di ghiaccio seguiva ogni persona accanto a lui. Ne controllava gli spostamenti. Se questi convergevano verso di lui e la mamma, alzava d’impeto le ciglia ed ergeva la testa. Si ritraeva solo dopo aver compreso l’intento affettuoso dei convitati.
Entrammo in chiesa. Il prete parlò con affetto del padre di Rasty, e come spesso fanno i preti ai funerali, cercò di convincerci che il nostro dolore era poco importante e che un nuova eternità si era aperta per il defunto e che questo nuovo mondo sarebbe stato eccezionale. Io ho sempre fatto fatica a capire questa storia. E comunque ai funerali salta sempre fuori. Qui stiamo bene ma non possiamo più starci. Là si sta meglio ma non vogliamo andarci! Qualcuno non la conta giusta!
Anche quel giorno ascoltavo il prete con qualche perplessità quando, d’un balzo, appena il prete diede il via libera alla liturgia ufficiale e glielo permise, Rasty si alzò dal suo posto e si avvicinò al microfono. I suoi occhi celesti si aprirono di luce, il suo volto si distese dalla tensione che lo aveva atterrito, la sua voce divenne, come è sempre, morbida, suadente, ammiccante. Le prime parole che disse le rivolse direttamente alla mamma. Le chiese di ricordare un giorno particolare nella sua vita di giovane ragazza quando, come  tante volte lei gli aveva raccontato, sentì una voce che le chiedeva di affacciarsi alla finestra. Lei si sporse indispettita e pudica e non vide alcuno. Solo alcuni ragazzi intenti nei giochi di piazza. Con coreografia improvvisa ma non improvvisata, uno ad uno iniziarono a suonare, dai vari angoli della piazza, chi una chitarra che era stata nascosta dietro una colonna, chi un violino celato dietro la schiena, chi un piffero estratto da un calzone. Uno, a cui cadde la sacca in cui teneva il tamburello con i sonagli, rischiò di mandare tutto all’aria. Non appena la melodia si compose e i suoni si amalgamarono, dal fondo della via, con una giacca bianca con gli alamari e un cappello in testa, avanzò cantando, un uomo piccolo ma risoluto che, con un sorriso grande come la valle che circondava il paese, le dichiarava il suo amore e voleva che questo fosse saputo da tutti. La voce si alzava, sopra la base degli amici suonatori, e si insinuava in ogni via del paese e andava ad inondare la valle. Della canzone Rasty citò, scandendone le parole, soltanto il ritornello che alludeva alla promessa dell’eternità di quell’amore, alla dolcezza del tempo che avrebbero passato insieme, al sogno che avrebbero costruito. Poi Rasty concluse. Si zittì sorridendo sollevato, raccogliendo un composto assenso dalla mamma. Si fece silenzio in chiesa. Avevo il groppo alla gola e gli occhi umidi. Solo ora iniziavo a comprendere l’eternità a cui alludeva il prete e la bellezza che ci poteva essere oltre quel giorno triste. Mi restava meno ostico il garbuglio di immagini che il prete aveva preso a prestito per accattivare ai presenti l’idea dell’ultimo viaggio.
Come aveva fatto Rasty a trovare la memoria di quel racconto? Rasty non lo aveva preparato. Rasty non aveva scritto nulla. Rasty non ci aveva pensato nemmeno un minuto prima di salire sull’altare. Rasty se lo sentì scoppiare in gola e lo esplose dal pulpito.
Rasty è fatto così.
Avrei dovuto capirlo quel giorno!

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