Tor des Géants

Valle d'Aosta - Valle di Saint Barthélemy -Rifugio Cunéy
Valle d’Aosta – Valle di Saint Barthélemy -Rifugio Cunéy

L’ho visto emergere all’improvviso. Svelandosi come un sommozzatore che stesse risalendo da un fondale melmoso. Nero vestito di nero! Tuta nera, tecnica, fasciante. Capelli neri, lunghi, sudati, impiastrati. Barba nera, lunga, incolta. Mi si è avvicinato felpato, silenzioso, misurato. Lo sguardo sembrava provato. Non guardava me però. Cercava, sul polso, un aggeggio tridimensionale pulsante che vibrava e emetteva segnali, luminosi e sonori. Mentre con una mano lo bloccava, con gli occhi, avido, ne consultava le cifre, le confrontava mentalmente con un piano ordito e stabilito al dettaglio.

Avevo fatto la salita con l’orgoglio che aveva fatto sbang in cima al campanello del lunapark. Da un anno non fumavo più, e avevo mollato l’ultima Camelsenzafiltro per dramma più che per virtù! Stavo flaggando tutti i benefici che avevo letto su quando si smette di fumare. Anche se in effetti l’unico cambiamento che verificavo era che quando finivo di mangiare, le mani continuavano a fremere cercando di  spiluccare cibo  prima di trovare il cartello “Fine”. E così la bilancia continuava ad indignarsi. In montagna, invece, qualcosa era cambiato! Respiravo. Respiravo meno affannosamente. Riuscivo a fare più passi di quanto non facessi solo un anno prima, e senza stramazzare. E così ero arrivato al rifugio scegliendo la strada più complessa, quella che anni prima avevo evitato. 40m di vuoto sotto e catene fissate alla parete per l’ultimo tratto. Un sentiero su cui i miei piedi accostati non stavano. E per chiudere, con una mano mi assicuravo alla catena e con l’altra alla macchina fotografica. Quando si è profilato il rifugio con la sua copia gemella a fianco, una semplice chiesa di montagna, ho capito che non era il cuore a battere ma l’orgoglio. La prima cosa che ho fatto è stato tuffare la testa nello specchio della fontana che era tra me e la porta della costruzione. Era gelata. Era limpida. Era un premio. L’acqua viene dalla sorgente che alimenta tutta la valle e a cui tutta la valle deve benessere e agio. E il 5 di agosto vengono tutti a ringraziare la Madonna delle Nevi che, dal 1656, si dice voglia stare qui in cima e quando hanno provato a portarla a valle se la siano ritrovata di nuovo quassù. Nell’800 le hanno costruito un santuario, il più alto d’Europa! Ma non quelle robe pacchiane tutte legnidorati e candele. Qui l’architettura è essenziale, la manutenzione volontaria. Qui gli ex-voto sono storie pesanti. Il ringraziamento al cielo non è urlato ne blandito. Chiuso nella  piccola abside ogni dipinto racconta storie di dolore, fatica e fede. Alcuni lo fanno da oltre 300 anni. La chiesa è sobria, piccola, semplice. Come deve essere una chiesa a 2600 e più metri. Arrivarci non è faticosissimo (specie se hai smesso di fumare da almeno un anno) e lo puoi fare con diversi percorsi. Io ero arrivato in auto a Lignan che è un paesino bellissimo con una vista sulla valle unica ed emozionante e con una vista sul cielo anch’essa unica ed emozionante, facilitata dall’Osservatorio Astronomico della Valle d’Aosta. Da lì partono parecchie escursioni. Ma io lo avevo superato e avevo fatto  ancora 4 o 5 kilomentri e parcheggiato la macchina a Porliod! Da lì si va su con strade facili e ben segnalate, le stesse poderali che fanno i valligiani con i pickup e i carri per spostare attrezzi e animali.

Ero arrivato al rifugio da un’ora e dopo aver ripreso fiato e pulsazioni da cittadino avevo aperto lo zaino ed estratto un “MCsfilatin” che mi ero preparato con manierismo meticoloso e con la stessa cura avevo addentato. Un premio per il mio orgoglio che ripagasse, contemporaneamente le mie libido (quelle esibibili) e i sensi che le esprimevano. Poi ero tornato  alla fontana ed è stato  lì che ho percepito la sua presenza. Anzi l’ho proprio visto emergere dalla salita, un’altra via che porta al rifugio. E si avvicinava. E più si avvicinava più il suo aspetto mi inquietava. Non era una paura fisica, sarò stato 60 kili più pesante e 15 cm più alto. Era il dominio che esercitava sulle sue emozioni a creare inquietudine. Procedeva con metodo e ritmo. Abbandonata la salita, procedeva verso di me e schiacciava una serie di pulsanti su una specie di orologio da polso tutto nero, lancette e bipbip. Era visibilmente affaticato ma non ti dava la soddisfazione di perceprirlo. È stato in quel momento che ho compreso che mirava all’acqua e così con effetto ritardato ho emesso un “Bevi. Bevi pure!” che mi è venuto per inerzia più che per cortesia. Non ha detto  nulla, si è chinato, si è arrotolato le maniche (lunghe) della tuta, ha infilato i polsi nell’abbeveratoio della fontana, ha atteso alcuni secondi e poi si è deterso la fronte. Quindi si è avvicinato al getto della fontana e ha portato alle labbra alcune manate d’acqua che ha deglutito dopo averle più volte fatte roteare in bocca. Finito il rito mi ha ringraziato, ha salutato ed è scomparso.
Io sono tornato al resto del mio panino e al ristoro di un masso ricurvo che avevo scelto per arcuare appropriatamente la schiena affaticata, già immaginando la leggerezza dello zaino senza panini e bevande al ritorno, sottovalutando che non avevo fatto altro che spostare il peso dalla schiena alla pancia. Quindi ho deciso che era ora di ritornare alla macchina e con piglio esperto e sicuro ho controllato lo zaino, gli scarponi, le riserve d’acqua e come un cavaliere medievale in procinto di crociata ho dato un’ultima occhiata al rifugio e alla chiesa. Anche il mio scudiero era pronto. Anzi pronta! Da anni l’avevo convinta ad abbandonare il mare per le passeggiate in montagna e col tempo avevo scoperto in lei un metronomo inesorabile “ritmo lento ma instancabile”. Era in grado di camminare per 12 ore senza cambiare passo. Reggeva 1000metri di dislivello positivo e negativo e il giorno dopo ricominciava da capo. Andava lenta, misurata, mai un passo più lungo, mai un passo in più. Abbiamo lasciato il piazzale del rifugio e prima di iniziare la discesa vera e propria l’ho notato seduto su un tronco sulla sinistra del sentiero e quando gli siamo passati vicino ha alzato la testa sporgendo due occhi scuri e finalmente sorridenti. Ha fatto un cenno leggero e il suo sorriso esprimeva gratitudine. Lei mi ha chiesto “Lo conosci?”. Le ho raccontato l’incontro alla fontana e ho chiuso dicendo ”Sono stato gentile e ora mi ha salutato”. Scendevamo passando sui pascoli appena brucati, scegliendo scorciatoie che al mattino avevamo consciamente evitato, spesso saltellavamo tra le pietre di ruscelletti asciutti  e sui cordoli di muretti a secco tra le proprietà agricole. In poco meno di un’ora la macchina ci è apparsa, ristoratrice e accogliente. In breve abbiamo  ricomposto un look cittadino e siamo partiti verso valle. Dopo alcuni kilometri siamo arrivati alla piazza di Lignan. Era invasa da un gruppo così numeroso e festante di Boy Scout che mi hanno fatto pensare  ad un raduno di alpini nani. Con prudenza ho  guidato verso la fine della fiumana e in fondo al paese….eccolo lì! Tuta nera, capelli neri, barba nera e lo stesso sorriso dell’ultimo incontro. “Mi date un passaggio fino a valle?” “Certo, volentieri, sali dietro e scusa il casino sul sedile, ci siamo cambiati in fretta”. Appena partiti abbiamo fatto le presentazioni. Poi non sono riuscito a trattenere la domanda “Ma, scusa, noi siamo partiti prima di te, abbiamo fatto tutto di corsa per arrivare giù in fretta, abbiamo preso la macchina, fatto 5 kilometri, attraversato la festa dei boy scout e tu eri più sotto di noi ad aspettarci?”. “Questa mattina ho lasciato l’auto ad Aosta e preso un bus per Valtournenche. Da lì sono partito verso Cretaz  e  salendo alla diga di Cignana e al rifugio Barmasse ho puntato a svallicare al Col de Fenetre d’Ersaz, poi sono sceso……e quindi sono risalito a Reboulaz…per la via….da lì al lago di Luseney….. poi dal Col di  Terray….e poi sono sceso al rifugio di Cunéy, là dove ci siamo incontrati!” E ha agggiunto “Quando voi siete partiti dal rifugio e ci siamo salutati ero indeciso sul da farsi. Son partito anch’io cercando di salire verso Ollomont. Mi sono reso conto però si era fatto tardi e ho deciso di desistere. E ho cominciato a scendere. Vi ho superato, ma passando più in alto di voi, poi vi ho visto arrivare alla macchina e o deciso di aspettarvi a Lignan per scroccarvi un passaggio  ad Aosta, alla mia macchina!”

Non avevo parole! Sentivo il panino che avevo divorato, convinto di averlo meritato, che si ribellava e chiedeva di essere restituito per disonore e demerito! Vedevo le mie fotografie dissolversi ad una ad una per la vergogna e per evitare l’obbligo perpetuo a testimoniare la mia misera impresa. Vedevo le medaglie delle mie passeggiate staccarsi dal mio petto vanaglorioso. Il mio orgoglio stava facendo le valigie e si ritirava indispettito in un convento di clausura. Temevo il giudizio amorevole ma severo del mio scudiero e un abbandono per palese  insufficienza di risorse! Ho ripreso fiato. L’ho guardato e gli ho chiesto : “Ma chi sei?”.

La  sua risposta è partita da duecento metri sotto il livello dell’io. Con una modestia che immaginavo estinta e con un’umiltà che ormai sembra un patrimonio protetto dall’Unesco dal profondo della sua voce è uscita una frase di una semplicità disarmante : “Sto preparando il Tor!”!

In Valle d’Aosta si svolge il Tor des Géants, una delle più massacranti e più  impegnative prove fisiche al mondo. Oggi tutti lo sanno, ma quando conobbi Andrea ne avevo solo sentito parlare.  Da anni esistono due percorsi ben segnalati chiamati Altavia. Uno per i rifugi a nord (da Donnas a Courmayeur 17 tappe ) ed uno per i rifugi a sud (da Courmayeur a Donnas 14 tappe ). Il Tor des Géants li unisce in un unico anello 330km. Sommando i percorsi in salita si hanno 24000m di dislivello positivo. Tempo massimo consentito…una settimana! I migliori lo fanno in poco più di 70 ore. Il prossimo Tor des Géants partirà da Courmayeur il 13 settembre.

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5 pensieri su “Tor des Géants

  1. La Famille HOUNDEBOU a un fils…
    Son prénom, c’est SENEQUE!
    SENEQUE a un animal de compagnie, qu’est ce que c’est?
    Un serpent.
    Et comment il s’appelle le serpent?
    Il s’appelle SNAKE!
    SNAKE HOUNDEBOU Ah,Ah,Ah!!!
    😉

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