Clivio

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Adesso Clivio è nonno!
(Clivio è un nome di fantasia, inventato, affinché nessuno possa fare lo splendido e trovarci riferimenti personali e diretti a qualcuno che  pensa di conoscere,  che poi mi vengono fuori le grane legali!!!).

Allora, adesso Clivio è nonno!

Quando io l’ho conosciuto, o inizio a ricordarlo” avrà avuto 27 o 28 anni, e allora  si portavano i capelli lunghi e le barbe lunghe! Lui aveva i capelli lunghi e la barba lunga. Biondo con gli occhi azzurri. Ma di più. Spalle che, da giovane, avevano raccolto castagne e piantato semenza e sapevano alzare una 500 per cambiarle una ruota bucata. Sentirci, non sentiva un cazzo già allora, figurati adesso. Ma sciare! Sciare!!! Azz…sciare sembrava che fosse uscito con gli sci dalla pancia della sua mamma. Faceva perdere perfino la voglia di provarci, ad imitarlo o seguirlo! Passava da tutte le parti. Scendeva tra pietre, alberi, canaloni. Si inventava piste in mezzo a spazi intonsi e si sentiva come un pittore su una tela bianca, un Pollock cui avessero regalato dei barattoli nuovi. Ma bastava togliergli gli sci dai piedi  e ritornava sotto il dominio della forza di gravità.
Quando l’ho conosciuto era disarmato. In terra ostile. Senza vestiti. In mano aveva tre pescetti che non ci facevi neanche il sugo per la pasta. La prima cosa che fece, dopo avermi sorriso ed identificato come conterraneo fu di regalarmi i pesci! Passammo insieme cinque giorni. A studiare le coste, a pescare pescetti , riconoscendo luoghi e persone l’uno nella biografia dell’altro.
Mi raccontò della montagna che gli aveva insegnato i tempi lunghi e duri della vita. Gli mancava, lì al mare.
Mi raccontò delle castagne che gli avevano addolcito la vita. Gli mancavano, lì al mare.
Mi raccontò dell’unica che l’aveva distratto dalla montagna e dalle castagne. Lei era lì, con lui, al mare.
Cercai di farmi un’idea del perché mettesse pomodori al sole ad essiccare su ogni isola che visitava. C’entravano le castagne, e gli anni della montagna. Non l’ho mai capito.
Non c’era cosa di cui non sapesse passato e presente, per il futuro no!. Per il futuro era convinto che ogni cosa stesse aspettando lui, lui  proprio lui!
Quando, dopo anni che ci frequentavamo, e non lo aveva mai fatto prima, si tagliò la barba, suo figlio pianse per cinque giorni perché non lo riconosceva. Lei lo riconobbe dal naso, e se ne fece una ragione. Lui non la fece più ricrescere, la barba, sostenendo che si sentiva più giovane. Io pensai alle castagne. Il riccio e la barba. Il teorema reggeva.
La volta che lei, sola a casa, lo chiamò dicendogli “I Ladri! I Ladri!“, fece la strada casamontagna ad una velocità che non c’è più riuscito nessuno dal 1985! E con la stessa velocità lei si scordò dei ladri, della casa disfatta, e delle collanine africane che gli amici le avevano regalato e i ladri rubato.
Quando, dopo anni che lo conoscevo, facendomi alzare alle 4.00 di mattina, per la prima volta mi portò a funghi con lui, nella sua montagna, nei suoi boschi, su per un vallone selvaggio così rigoglioso, che dovemmo traversarlo con le braccia alzate per non urticarci o sparire tra piante che avevo visto solo nei disegni che illustravano i miei album di Salgari, mi dissi che avrei dovuto dimenticare immediatamente il percorso per non essere in grado di raccontarlo a nessuno. Lui non me lo chiese, ma io lo feci lo stesso.
Nel bosco spariva! Si immedesimava! Si mimetizzava! A parte gli stivali gialli, che con orgoglio ostentava  fiero delle tecnologie anti-infortunistiche che glieli aveva fatti preferire  a quelli verdi che portavano tutti! Lassù tornava ragazzo. Ritrovava l’udito del seminole e mi faceva distinguere cinguettii, garriti e frinii. Sapeva indicarmi il faggio, il larice, il castagno. Li elencava in una specie di dialetto. Suoni che parevano ostici ancorché domestici e che risalivano ad una lingua dignitosa e orgogliosa, ma, e lo scoprii tardi, che lui parlava malissimo. Pronunciava arrotandole alcune lettere, altre, scambiandole tra loro, le pronunciava con tono bleso talmente naturale che spesso credemmo fosse corretto. Allorché comprendemmo che neanche i locali lo capivano, intuimmo che non parlava con noi. Con le piante parlava, “Sacramèntu!!!“.  Con i faggi, i larici , i castagni. Con le rondini, i passeri, i grilli e le cicale!!! E poi con i funghi cazzo!!! Lui sapeva dove erano. Dove crescevano. Dietro quali alberi e sotto quali fogliame si nascondevano. Le faggete diverse dai castagneti. I pendii più ripidi diversi dalle conche erbose. Le plaghe più assolate diverse dal sottobosco umido e ombroso. E non parlava solo ai funghi…quante urlate che mi sono preso!!! …”A tò vist al bulèt?!?“! Mi pigliava per il culo. Mi chiamava sottovoce per non incuriosire gli altri fungaroli mi chiedeva cosa vedevo nei dieci metri di diametro intorno a noi. “Foglie!!!” Rispondevo prontamente! Paziente si chinava. Indicava un’impercettibile rialzo tra due foglie che sembravano cadute mentre parlavamo. E con la punta di un bastone liberava tre etti di fungo e li consegnava al mio stupore e al mio cestino. In certe giornate tornammo con i cestini pieni….e qualcuno dovette pulirli, invasarli,  surgelarli.

Adesso Clivio è nonno!
Che quando lo incontri si finisca a cena è sempre stato normale.
Che finire a cena voglia dire che cucini lui, immediatamente sottinteso.
Che cucinare lui voglia dire che tu stai ancora a chiacchierare e lui abbia già imbandito la tavola, è strabiliante.
Non è la velocità di esecuzione ma le mani che sembrano sparire e ricomparire mentre fa saltare una padella con olio e pomodori che appaiono da una dispensa mentre sta battendo la carne che è  apparsa dal frigo mentre pesa a “stim” la farina che è apparsa da una mensola e la mischia con i tuorli mentre assaggia una salsa che ha frullato mentre sminuzza il prezzemolo mentre con una forchetta schiaccia un testa d’aglio mentre con un filo d’olio condisce un branzino mentre con del lampone frullato guarnisce una panna cotta… “che al mercato mio padre comprò”! Sulla tavola  apparecchiamo discorsi, affrontiamo problemi, disegniamo progetti, elaboriamo notizie tristi, ospitiamo amici, inventiamo lingue che abbiamo sempre parlato, parliamo lingue assolutamente inesplorate.

Quando ha scoperto che sarebbe diventato nonno, l’energia che per anni aveva bighellonato allegramente nelle sue vene, con una sferzata olimpica, ha riattizzato capillari e giugulari, i progetti abbandonati hanno ripreso corpo come palloni aerostatici sottocarica, le idee hanno preso a vorticare così libere che spesso non le ritrova nello stesso posto dove le ha lasciate, l’onda di piena delle parole si schianta su bersagli sempre diversi che in comune hanno solo il finale : “Sacramèntu!“. Puoi trovarlo la mattina presto ai mercati a discutere la corretta refrigerazione dei muggini e immediatamente dopo a trattare l’acquisto di una mezzena di fassone. E’ in grado di dormire mezzora su qualunque superficie inclinata, anche oltre i 45°. Quando si sveglia ha sempre  qualcosa da segare, piallare, scavare, disboscare, potare, allacciare, saldare, tinteggiare, spostare, caricare(La Panda), fresare, zappare, piantare, diserbare, innaffiare, sfilettare, impastare, pelare, sciacquare, bollire e colare, spellare, disossare, imbottigliare, riparare, scaricare(La Panda)….

Adesso Clivio è nonno !
Mi è sempre piaciuto, seduto a tavola con lui, finire cena a raccontarci della Francia, delle Eolie, della Grecia, della Sardegna. Si tira fuori una scodella di castagne che lui avrà bollito nel latte e nel miele e, l’una dietro l’altra, spariscono le castagne e affiorano i racconti, sempre gli stessi racconti, quello dello zio che non tornò dalla Russia, quello della mamma che gli parlava in francese, del cugino che, dal niente, si era inventato un chiosco sulla spiaggia di Antibes. Anche se li ho già sentiti cento volte non lo interrompo ma, adesso che Clivio è nonno, glielo chiederò diretto, guardandolo  in faccia, che mi spieghi perché su ogni isola in cui va mette  dei pomodori ad essiccare al sole….

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