DEXTER

5125008_7b986958a9 Quando nel 1986 o 1987 andai al cinema a vedere ROUND MIDNIGHT di Bernard Tavernier con Dexter Gordon e un giovane ed allora sconosciuto Francois Cluzet,  a metà del film, saltai sulla poltrona. Quello che stava succedendo era capitato a me! Con me c’era il solito Fede, si quello di San Siro, l’amico di Chicco! Ora, non è che fossimo checche, ma passavamo parecchio tempo insieme! Ci piacevano la stessa musica, gli stessi vestiti e le stesse band e dicevamo l’un l’altro che eravamo i più ganzi che c’erano in giro, e, anche al cinema andavamo insieme. Quella volta sbarellammo!!!

Qualche anno prima…

Qualche anno prima io ed Eugenio ci eravamo inventati una trasmissione radio che parlava di Jazz. Parlavamo, parlavamo, parlavamo ma poi avevamo il buon gusto di fare ascoltare brani per intero, brani per noi imperdibili, preceduti da fumose, arzigogolate, documentate, noiosissime presentazioni. Oddio, io ero noioso. Eugenio no! Eugenio ci sapeva fare, voleva fare il giornalista, era bravo, veloce, sapeva arrivare al cuore dell’argomento. Tre , sei, dieci parole ed era lì. Al punto. Io pirlavo, pirlavo, pirlavo. Eravamo anche riusciti ad accreditarci presso i principali organizzatori di eventi in Torino. Così riuscivamo ad entrare ai concerti, ma soprattutto potevamo stare nei backstage e vedere da vicino gli artisti. Ora, non è che il Centro Jazz di Torino avesse camerini e corridoi come Il Madison Square Garden ma ci permettevano di isolarci per poter incontrare Michel Petrucciani o Barney Kessell come fossimo vecchi amici o antichi conoscenti. Io poi facevo foto, e fare il fotografo per una radio era già un esercizio da trapezio al circo. Me le sviluppavo artigianalmente le foto, montando e smontando la camera oscura nel bagno di casa. Così ai concerti scattavo e ogni tanto la Gazzetta del Popolo pubblicava le mie foto, col mio nome vicino (e questo mi drizzava la schiena). Conoscevamo Sergio Ramella e Giancarlo Roncaglia, Giampiero Gallina. Li invitavamo in trasmissione e spesso li seguivamo ai concerti. Quando Sergio Ramella ci propose di seguirlo a Cuneo per il concerto di Dexter Gordon non avemmo esitazioni. Alle 16.00 eravamo sul pullman. Con noi tutto il quartetto e alcune persone dello staff di Sergio. In breve fummo al Toselli. Quello si, era un Teatro. Anche il backstage era adeguato. La serata era probabilmente inserita in un cartellone di eventi che solo le province ricche riuscivano a mettere in atto. Ogni tanto sbirciavamo in sala e  la vedevamo riempirsi di signore eleganti accompagnate da smoking perfettamente abbinati. Pubblico maturo, esigente, a proprio agio col bello. Ho dimenticato di raccontare che durante il viaggio in pullman avevo visto girare parecchie birre e bottiglie di vino, soprattutto tra gli artisti che, mi avevano raccontato, erano arrivati la mattina, forse da Parigi – non  posso ricordarmelo, comunque in aereo e da lontano – e subito erano andati in albergo a Torino a riposare. Per poi ripartire alle 16.00, con noi, in pullman, per Cuneo. Quando arrivammo, i musicisti e qualcuno dello staff andò a mangiare qualcosa velocemente nei locali intorno al teatro. Alle 20.00, mentre la sala si stava velocemente riempiendo di un pubblico festante, salutante ed elegante, il panico iniziò a strisciare dietro le quinte. I musicisti sul palco accordavano gli strumenti a sipario ancora calato ma Dexter Gordon non si vedeva. In camerino non c’era. Sul palco non c’era. Negli anfratti del retroteatro non c’era. Immediatamente ci convincemmo che fosse uscito in qualche modo di nascosto o addirittura non fosse mai tornato in teatro con noi (remember : Dexter Gordon era alto due metri). Ci spargemmo a raggiera tutto intorno al teatro. Non ricordo chi lo trovò, ma si era ficcato in un bar a bere seduto in mezzo ai vecchietti che a quell’ora trincavano dolcetto e masticavano tabacco. In qualche modo lo riportammo in teatro. Si ficcò su un divano e in meno di un amen si addormentò. Mancava poco all’inizio del concerto e il trio che accompagnava Gordon dall’accordatura degli strumenti era passato ad una piccola jam session, sempre  a sipario calato. Quando il ritardo iniziò a sembrare imbarazzante cercammo di svegliare Dexter Gordon che biascicando suoni strani e arricciando indice e medio senza sapere quali fossero ci fece capire che stava male, aveva la febbre e voleva del cognac. Non sapevamo che fare. Nelle frequenti sbirciate che davamo alla sala avevo visto piacionamente piazzato in platea il solito Fede – lui era a proprio agio in smoking al Toselli in compagnia di avvocati e commercialisti per una serata jazz, così come in bermuda e t-shirt a San Siro a vedere Springsteen – e a Fede ho lanciato l’SOS per uscire dal panico. “Azz Fede trovami un medico! Subito!” “Che succede?” “Dexter Gordon ha la febbre, e non vuole suonare!” “Un Medico? Sono le nove di sera! Possiamo chiamare il mio ma non so se lo trovo e se viene!” “Fede lo devi trovare qui dentro il medico! E subito!” “Qui dentro?” Fede sembrava non cogliere il dramma! I musicisti dietro il sipario continuavano a suonare e spesso ricevevano applausi a scena aperta, cioè , il sipario era chiuso ma la musica girava lo stesso!  Ecco “A scena aperta” si dice! Fede riemerse dall’imbarazzo e mi disse “Forse l’ho trovato!!! Lo vedi quello là? E’ Giorgio…ma…” “Ma cosa?” “E’ un veterinario!” “Senti Fede, se Dexter Gordon non si alza da quel cazzo di divano e non suona, altro che il veterinario ci servirà! Quindi chiama Giorgio o come caspita si chiama, digli di venire sul palco con due aspirine, di ficcarle in gola a Gordon con la massima professionalità di cui è capace e vediamo di fare iniziare sto concerto!!!”. Successe tutto! E soprattutto, con una buona ora di ritardo, il concerto potè iniziare a sipario alzato con Dexter Gordon che aveva ritrovato il corretto intercalare delle dita, la posizione eretta e un fraseggio ossessivo e inestinguibile sul sassofono. Districava note raggiungendole in luoghi che solo lui sapeva trovare, le ricopriva di arpeggi e le riestraeva nitide e toniche come le avesse candeggiate e strizzate dopo averle insaponate di settime e diminuite, ne ricercava le tracce in accordi che sembravano tirati coi dadi ma alla fine schierava settebello e primiera come avesse truccato lui le carte prima di distribuirle. Non capii, quella sera, come potesse ritrovare la giusta disposizione delle sue dita dopo che per tutto il concerto rotearono sul sax. Quelle dita che sembravano arrivare sui tasti come colpi d’accetta ma si trasformavano in serpentine di note che salivano, salivano, salivano e lui le riacchiappava e tornava a domarle ed ordinarle come puledri scappati dai recinti. Quando avevi perso la speranza di rivederlo ritrovava, non solo il coniglio, ma anche il cappello e il bastone, e li reinfilava nel riff originario et voilà le jeux sont fait  si riparte da capo!   Restammo affascinati da quel gigante rosso di capelli e buono come un nonno. Non mi ricordo  di aver captato, nella mezza giornata che gli passai vicino, una parola intera da sfoggiare come un cimelio postumo. Ma la sua postura, imponente ma indifesa, il suo sguardo dolce, fiero, buono sono qui, tra i momenti importanti, da raccontare, da ripassare con la memoria. Li riportammo a casa, cioè nell’albergo di Torino che li aveva accolti in mattinata. Forse arrivammo alle 4,00. Mentre salivamo sul pullman, partendo dal teatro, vidi che dalla tasca di un giaccone spuntava un collo di bottiglia, e qualcuno fece girare dei bicchieri. Dexter Gordon stava sdraiato in fondo, sui 5 sedili classici da studenti casinisti in gita. Sdraiato li occupava tutti. Si addormentò subito. Aveva un sorriso sereno di chi aveva regalato qualcosa a cui teneva ad uno sconosciuto per strada. Mi dissero che nel pomeriggio avrebbero dovuto prendere  un aereo. Questo lo ricordo bene! La sera dovevano suonare a Copenaghen!

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