Bruce Springsteen a Milano 21 giugno 1985 : io c’ero!

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Ricordo che abbiamo atteso quel giorno per settimane.

Non mi ricordo, invece, come avessimo avuto la notizia. Di sicuro me lo ha detto Federico. Lui era amico di Chicco! Le notizie importanti lui le sapeva prima degli altri. Chicco lavorava in un negozio di dischi, ma non era solo un lavoro! Era appassionato, sapeva tutto, cercava i dischi che gli mancavano e li scriveva su un quadernetto scritto fitto. Autori e titoli, date e case discografiche, poi cercava le edizioni originali e i bootleg. Chicco ogni tanto strappava qualche pagina completata, come un sudoku terminato. Noi, a Torino, avevamo “Rock and Folk” con i mitici Franco e Rossella, che hanno fatto ascoltare musica a tre generazioni. Chicco lavorava da “Muzak” a Cuneo (…e prima o poi se lo sarebbe comprato!). Insieme andavamo a Nizza a comprare i dischi, ai banchetti per strada e in certi negozi che sapeva solo lui. Si metteva in piedi gambelarghe davanti le cassette piene di 33giri e con un gioco di indice e medio li sfogliava uno per uno, velocissimo. Robe che qui non si trovavano….e poi costavano meno, col cambio ci guadagniavamo. Almeno certe volte!
Deve essere arrivata da lui. La notizia. Springsteen in Europa per un Tour. Ma soprattutto: Springsteen in Italia per la prima volta. Milano. San Siro. Unica data italiana. 20.000 lire! Cazzo si va!

C’era il disco nuovo. Si chiamava “Born in U.S.A.“. Ogni disco nuovo di Springsteen, allora, era un nuovo mondo che si apriva. Negli ultimi 10 anni ogni disco era stato diverso. Ci sorprendeva ogni volta!
Nel 1975 “Born to Run“, otto canzoni uniche, immense, inarrivabili e ineguagliabili.  Il disco  era servito a lanciarlo  anche in Europa.
Nel ’78  “Darkness on the edge of town” con “Badlands” e “Racing“.
Nel 1980 aveva fatto “The River“. Doppio disco, tanti brani , meno selezionati rispetto agli otto pilastri di “Born To Run“.
Adesso poi c’erano anche le  televisioni . E programmi che trasmettevano solo video. Figata! Passavamo le serate nei locali che avevano schermi e birra. Guardavamo di più i video che le ragazze con cui uscivamo (come adesso con internet!!!). C’era il video nuovo che le tivvu private facevano girare. Era inguardabile! Firmato da Brian De Palma(?). Era costruito, falso-come-giuda! Faceva credere che Springsteen tirasse su una dal pubblico (che grazie a sta comparsata, poi  è stata capace di diventare una veramente brava – che bella già lo era), la faceva ballare sul palco. Questa era tutta linda e pulitina  e si stupiva e ammiccava alle amiche rimaste sotto….Ma quando mai? Ma perchè Springsteen aveva  avuto bisogno di una fesseria del genere!
Negli stessi mesi era uscito un video muscolare, tutto polmoni e bicipiti, con uno Springsteen fascia in testa,  giubbotto di jeans con  le maniche strappate  e con un grip che lasciava resti di pneumatico  per terra! Urlava una rabbia che non aveva bisogno di parole. Gonfiava giugulari e sputazzava lapilli di saliva ogni volta che pronunciava il mantra “Born in the U.S.A.”! Capivamo a senso che era incazzato. Parlava di Vietnam e di calci nel culo ricevuti, raccontava di un fratello morto a Khe Sanh e di una fabbrica che non lo voleva. Ma poi diceva che lui era nato negli Stati Uniti! Tutto restava un po’ sospeso. In America, allora, c’era uno che si chiamava Reagan a cui sarebbe piaciuto potersela abbottonare all’occhiello quella canzone. Ma forse aveva ascoltato solo il titolo, il resto del testo non lo aveva letto! Springsteen, comunque,  non accettò di cedere la canzone per la campagna presidenziale. Fu uno di quei “NO” che fece più marketing di una campagna di Dolce O Gabbana!

Born in the USA“! Quella canzone e quell’intero lp (allora i CD erano solo le targhe delle macchine dei Corpi Diplomatici) ci fecero mettere da parte un patrimonio che Springsteen ci aveva fatto balenare sotto il naso nel 1982, quando era uscito Nebraska, un disco registrato in casa, lui e la chitarra ( e il gatto?), voce rauca, accordature critiche. Testi asciutti e duri, atmosfere fosche e disperate, cronache di deliri e redenzioni. Un sogno, americano, mai diventato realtà. Tanqueray e vino mischiati, sentenze ed esecuzioni, ma anche amicizia e solidarietà, e un occhio chiuso per non vedere i fari di un auto che se ne va a varcare il confine. Roba che solo Sean Penn è riuscito a tirarci fuori un film (The Indian Runner – 1991 – Con Viggo Mortensen, Dennis Hopper, Charles Bronson, Valeria Golino e Patricia Arquette – Bastano?)

Born in the U.S.A.“! 12 canzoni che Springsteen sceglie nello sterminato giacimento della sua produzione musicale. Non è “un disco nuovo“. Non è la sintesi di un periodo creativo. Non sono i pezzi migliori che ha scritto. E’ semplicemente il disco per vendere in ogni angolo del mondo! Dieci anni prima John Landau aveva scritto, dopo aver assistito ad un suo concerto :”Ho visto il futuro del rockandroll e il suo nome è Bruce Springsteen!“. Era tempo di raccogliere!

…e anche l’Italia poteva essere terra di nuova conquista! Springsteen aveva già fatto due tour europei. Nel 1975 poche date, Londra, Amsterdam e Stoccolma e poi nell’81, quando aveva battuto a tappeto teatri di mezzo continente. Springsteen aveva un’esperienza molto collaudata di teatri americani  i suoi concerti stavano entrando nella leggenda. Concerti di tre ore, tre ore e mezza. Mai un break. Non il tempo di chiudere un pezzo e “One,Two,Three,Four” e ne parte uno nuovo. Brani che durano 22 minuti. Medley di tre quattro brani. Il bis che tutti gli artisti concedono a gentile richiesta del pubblico possono essere anche sette otto brani.  E se non basta “ne facciamo ancora una” magari da solo, con armonica e chitarra!
In America comunque suonava quasi sempre in teatri con 20.000 spettatori, spesso seduti, ordinati e che ogni volta che iniziava un brano più lento andavano a prendersi una birra!
Il Tour di Born in the Usa è stato il tour degli stadi, in Europa soprattutto. In Italia erano già stati organizzati concerti negli stadi ma restavano perle a incoronare stagioni con rari eventi. Per noi, a Torino, c’era stato il mitico 11 luglio 1982 quando i Rolling Stones dovettero anticipare l’ora d’inizio del concerto perché l’Italia aveva un appuntamento con la Germania al Bernabeu di Madrid per entrare nella storia del calcio. Avevamo visto Bob Marley in uno dei suoi ultimi concerti. La notizia di Springsteen a Milano ci ha messo in circolo adrenalina per settimane.

Chicco e Federico e  i loro amici hanno organizzato un pullman. “Così guida uno, che è un professionista, e noi possiamo disfarci al concerto“! Per farla corta alle 15.00 eravamo a San Siro. Apertura dei cancelli e sicurezza a livello “derby a tre giornate dalla fine del campionato“. Neanche le bottigliette d’acqua passavano, e infatti tutti a docciarsi con tutta la riserva d’acqua che avevamo con noi. Si entra! Naturalmente siamo nel punto più lontano dal palco. “Maddai…dietro di noi c’erano ancora trenta file!!!” ( e il terzo anello non lo avevano ancora costruito!!!). Comunque eravamo lontanissimi e c’erano quattro ore e mezza da fare passare, sotto il sole e con poca acqua. Poteva andare peggio! Poteva piovere!!!(per la pioggia vedi alla voce : Concerto del 28 giugno 2003 a Milano, acqua da tutte le parti, anche in posti che non  posso scrivere qui). L’attesa è scandita dalla musica che esce dagli altoparlanti ed è orripilante, in compenso due aeroplani, che sembrano Canadair a reazione scaricano sullo stadio una pioggerellina profumata che applaudiamo come un welcome drink. Anche la scelta di farci ascoltare come sottofondo “Every breath you take” la consideriamo un segno di benven……avrà 20anni!  Magra e alta, strafiga, bella come solo a vent’anni si può essere, mi sorride, guarda me, insiste, non mi sembra vero, punta anche il dito, continua a guardarmi e a sorridere e muove il dito come uno spadino che sembra rimproverarmi, avanza verso di me, ricambio il sorriso, ma tentenno…azz la riconosco, non la vedo da mesi, le vado incontro, ci abbracciamo.
Azzofaiqui? Ma sai chi è Springsteen? Maddai! Ma con chi sei? Sei da sola??? Ma allora stai con noi!!! Lui è Chicco! Lui Fede!
Fede : “Chi cazzo è?
Fede e Chicco : “Te la sei fatta?
Io : “Maddai stronzi! È Ale! Un’amica!”
Fede :”Si ma è strafiga!
Io : “E allora?  Non posso avere amiche strafighe?
Fede e Chicco : “Vabbeh!  Ma te la sei fatta?”
Io : “Maccheccazzo Fede, pensa a Springsteen!
Chicco e Fede mi odiano! Mi guardano come fossi stato Springsteen mentre tirava su una dal pubblico! Io lo sapevo che Ale era molto bella ma sapevo anche che non me la “sarei mai fatta“! Ma Chicco e Fede non c’hanno creduto mai! E ora eravamo lì, ad aspettare il silenzio degli altoparlanti. Ad aspettare che Gary, Roy, Danny,Max, Nils, Patty, Clarence entrassero e lasciassero l’ultimo urlo per lui. Poi “One,Two,Three,Four” sarebbe partito l’uragano.
Ce lo eravamo raccontato mille volte quel momento ma quando tutto successe  non avremmo mai immaginato che  quando esordì con “Born in the USA” ci avrebbe sparato migliaia di  decibel contro le pance, che ci avrebbe respinto come una marea bretone, che ci avrebbe fatto saltare come birilli in un bowling, che avrebbe ridotto i nostri timpani come impiastri di segatura, che le parole urlate nel microfono avrebbero perforato le nostre orecchie e da lì non sarebbero uscite per ore vagando senza trovare un posto dove attraccare! Sentivo che saltavo,  mi sembrava di ballare a ritmo con gli altri vicino, mi muovevo e sentivo che la struttura della curva dello stadio rispondeva ai miei salti opponendo un rimbalzo di ritorno! Stavamo muovendo lo stadio?  Urlavo e mi muovevo con gli altri,  le mie braccia ritmavano con quelle vicine creando  una messe al vento che persino i musicisti, sul palco, non avrebbero mai dimenticato. Passarono quasi quattro ore. Eravamo sfiniti, e quel cristo continuava a suonare. Una scaletta della madonna! “Badlands“, “Johnny 99“. Fece “I’m on fire” e “Because the night“. Dopo “Born to Run” fece “Bobby Jean“! Guardai Federico. Lo abbracciai! Gli volevo bene! Dopo “Twist and Shout”  Springsteen chiese per dieci minuti di seguito “Do you love me?“. E chiuse con “Rockin’ all over the world“.
Distrutti, sfiniti, senza voce, sentivamo un cazzo, contenti come bambini, ci abbracciavamo, cantavamo strofe stonati e rauchi. Sentivamo che eravamo finiti in qualcosa di unico, di storico, un evento, un evento che avremmo raccontato, raccontato per tanto.
Dal 1985 ad oggi ho visto altri concerti di Springsteen. Spesso con i fans più giovani ci scambiamo ricordi, episodi, aneddoti. Basta una frase però ad alzare il livello dell’attenzione, del rispetto, dell’ascolto: “21 giugno 1985 : io c’ero!“.

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5 pensieri su “Bruce Springsteen a Milano 21 giugno 1985 : io c’ero!

  1. Oggi ho un mal di schiena terribile. 31 anni sono tanti e il mio corpo me lo ricorda. Però rileggere il tuo racconto mi ha fatto ritornare un po’ più giovane. Mancano pochi giorni al nostro ennesimo San Siro, ci vediamo la e lunga vita al rock ‘n’ roll.

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