Sergio Atzeni

Nel 1995, il 6 di settembre,moriva,  a Carloforte, Sergio Atzeni.

Aveva vissuto nella Sardegna dove era nato, ma anche a Torino, per poi tornare in Sardegna. Non l’ho mai conosciuto. Non gli ho mai parlato, anche se mi hanno detto che frequentava assiduamente le librerie di Torino e anche la libreria di via Roma era nei suoi itinerari letterari .

Ho letto i suoi libri. Di uno fui particolarmente colpito e, talvolta, torno a rileggerne passi, specialmente quando voglio riassaporare profumi, ricordi, immagini di luoghi amati , inflessioni dialettali e colori lontani

Ho letto PASSAVAMO SULLA TERRA LEGGERI con l’entusiasmo che traevo dalle avventure raccontate da Salgari. Con  la passione per la mitologia onnipotente della sua fantasia. Alcuni passi mi hanno ricordato i crittografi degli antichi alfabeti micenei, o ancora un moderno Champollion che cercava di decriptare il fenicio. Mi stupisce ancora che sapesse raccontare la storia della Sardegna antica con metafore contemporanee, o, meglio, che sapesse collocare metafore contemporanee nelle pagine della antica storia della Sardegna. Ogni pagina mi ha colto di sorpresa perché propone una lettura accuratamente intarsiata di storia nota  e acclarata, di storia orale e controstoria, di memoria popolare  e di quella conoscenza appiccicaticcia che può collocare un re, un traditore o una regina fedifraga in ogni regno europeo degli ultimi 1500 anni. Non provo neppure a evidenziare  riminiscenze e citazioni letterarie perché Atzeni non scrive come altri autori. Semplicemente, è talmente ricca la storia che ha da raccontare che le forme in cui la espone diventano letteratura sfaccettata e lirica, schietta e onesta, invenzione e tradizione che convivono come raramente si incontra. Mai troverò parole per descrivere il fascino di questo libro. Da leggere, assaporare, decantare. Da leggere ad alta voce in un prato. Da mormorare a luce fioca in una sera d’inverno. Da citare a memoria nelle cene tra amici. O , più semplicemente, da leggere con amore. Lo stesso profondo e appassionato amore che chi lo ha scritto non ha saputo arginare.

Propongo il prologo di PASSAVAMO SULLA TERRA LEGGERI nella edizione postuma del 1996 di ILISSO. In seguito il libro è stato pubblicato anche da Edizioni Il Maestrale (Nu) e da Mondadori

PASSAVAMO SULLA TERRA LEGGERI

Non sapevo nulla della vita. Antonio Setzu raccontò la storia e quel che seppi era troppo, era pesante, immaginarlo e pensarlo mi metteva paura dell’uomo, del mondo e della morte. Dimenticai per trentaquattro anni. Ora ricordo, parola per parola.
Nella lingua fra i fiumi. Cento e cento case di canne, paglia e fango. L’alta zicura di limo e tronchi al limite dell’acqua, trecentotrentatré scalini per arrivare all’altare dove pulsava il cuore del capro, leggevamo la parola, interrogavamo il cielo e pronunciavamo oracoli. Nulla è tanto ordinato e perfetto quanto immotivato e misterioso come il cielo e la volta stellata che studiavamo ogni notte immersi in calcoli sulle distanze, le orbite, i cicli. Distoglievamo il popolo dalle false certezze. Il numero spiega e aggiunge mistero, come la memoria.
Il contadino chiedeva: «Avremo un buon raccolto, quest’anno?». Sapendo la casualità della pioggia e del secco, le stagioni consuete e le infinite varianti, rispondevamo: «Oltre i fiumi, in terre non lontane, la notte incombe a mezzogiorno, forse sono nuvole di pioggia, forse nugoli
di cavallette». Era difficile sbagliare.

Il pastore chiedeva: «Quanti agnelli venderò per la festa della luna nel mese delle mandorle aspre?». Conoscendo il mistero della generazione e quello del gelo rispondevamo: «Il cuore della terra è nero, forse gli agnelli saranno quanti le pecore, forse meno, forse nessuno. Quanti sono i tuoi montoni?». Chiedendo numeri educavamo a contare.

Il mercante chiedeva:«Nella stagione del risveglio il barbaro giungerà a depredare
o il re guiderà i guerrieri a depredare il barbaro?». Rispondevamo: «Chi può leggere nella mente del re? Glorioso è il destino del guerriero, felice il destino del mercante. Ma non tutti i mercanti arrivano a vecchiaia». Era difficile sbagliare.

Il ricco figlio del padrone di capre chiedeva: «Il guerriero accetterà, per dare in moglie la bella figlia, tredici capre pregne e tre cavalle o invece riterrà offensiva l’offerta e vorrà spaccarmi il cuore innamorato con una pietra levigata?». Era difficile sbagliare: «Chi non tenta non rischia. Chi non tenta non ottiene». 

Di un re è stato dimenticato il nome, le domande non sono state dimenticate. «Se muoverò guerra nella stagione del risveglio ai barbari di settentrione, vincerò o perderò la vita?».Un sacerdote rispose: «In primavera a giorni il sole splende, a giorni piove». «Se muoverò guerra in estate vincerò o morirò?». «Ogni volta che il re guida gli uomini alla guerra per tornare carico di preda, rischia la vita. Rischia in misura maggiore il re imbelle che manda all’assalto i guerrieri e guarda dall’alto di un colle». «Chi può impedirmi di spaccarti il cuore per sentire se sa darmi risposta certa?». «Nessuno può impedirtelo». «A che serve un uomo che non si arma per difendere la vita?». «Nessuno può decifrare il disegno». «A che servono le tue parole?». «Se combatterai difendendo la vita, il tuo braccio sarà forte, l’anima del lupo ti abiterà. Se pensando d’essere vincitore non baderai alle spalle i tuoi figli forse ricorderanno il tuo nome e forse ti vendicheranno». Era difficile sbagliare.

Ognuno era pagato o pagava per la qualità dell’oracolo

Il disegno e il moto delle stelle parola del creatore ignoto, decifrarla massima sapienza.Solo strumento il numero. Il numero, sacro.

Ogni notte qualcuno leggeva la parola del creatore,all’alba comunicava i nomi delle sillabe luminose e le distanze all’assemblea che in coro ripeteva sillabe e misure.
Cantando danzavamo.

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