Antonio Tabucchi

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Quali migliori parole per presentare un libro se non quelle stesse che Antonio Tabucchi  ha scritto come prologo ? E quindi, a seguire, il post scriptum . Una pagina affascinante su come le balene, protagoniste del libro, vedono gli uomini.

Prologo e il Post Scriptum di Antonio Tabucchi da
Donna di Porto Pym – Sellerio

Prologo.
Ho molto affetto per gli onesti libri di viaggio e ne sono sempre stato un assiduo lettore. Essi posseggono la virtù di offrire un altrove teorico e plausibile al nostro dove imprescindibile e massiccio. Ma una elementare lealtà mi impone di mettere in guardia chi si aspettasse da questo piccolo libro un diario di viaggio, genere che presuppone tempestività di scrittura o una memoria inattaccabile dall’immaginazione che la memoria produce – qualità che per un
paradossale senso di realismo ho desistito dal perseguire. Giunto a un’età in cui mi pare più dignitoso coltivare illusioni che velleità, mi sono rassegnato al destino di scrivere secondo la mia indole.
Premesso questo sarebbe però disonesto spacciare queste pagine per pura finzione: la musa che le ha dettate, di un genere confidenziale e direi quasi tascabile, non è paragonabile neppure alla lontana con quella maestosa di Raymond Roussel che fu capace di scrivere le sue Impressions d’Afrique senza scendere dal suo yacht. Effettivamente io ho messo piede a terra e questo libretto trae origine, oltre che dalla mia disponibilità alla menzogna, da un periodo di tempo passato nelle isole Azzorre. Suoi argomenti sono fondamentalmente le balene, che più che animali sembrerebbero metafore; e insieme i naufragi, che nella loro accezione di atti mancati e fallimenti sembrerebbero altrettanto metaforici. Il rispetto che sento per le immaginazioni che concepirono Giona e il capitano Achab mi preserva per fortuna dalla pretesa di insinuarmi, con la letteratura, fra i miti e i fantasmi che popolano il nostro immaginario. Se ho parlato di balene e di naufragi è solo perché alle Azzorre essi godono di una inequivocabile concretezza.
In questo volumetto ci sono tuttavia due storie che non sarebbe del tutto improprio definire finzione. La prima storia è, nei suoi fatti sostanziali, la vita di Antero de Quental, grande e infelice poeta che misurò gli abissi dell’universo e dell’animo umano col breve compasso del sonetto. Devo al suggerimento di Octavio Paz che i poeti non abbiano biografia e che la loro opera sia la loro biografia, l’averla raccontata come se si trattasse di una vita immaginaria. Del resto le vite che si persero per via, come quella di Antero, sono forse quelle che meglio tollerano di essere narrate secondo i canoni dell’ipotetico. Alle confidenze di un uomo che suppongo di aver incontrato in una taverna di Porto Pim devo invece la storia che conclude il volume. Non escludo di averla modificata con le aggiunte e le ragioni proprie della presunzione di chi crede di trarre dalla storia di una vita il senso di una vita. Forse costituirà un’attenuante confessare che in quel locale si consumavano bevande alcoliche in abbondanza e che mi parve indelicato sottrarmi alla consuetudine vigente.
Il frammento di storia intitolato Piccole balene azzurre che passeggiano alle Azzorre lo si può invece considerare una finzione guidata, nel senso che è stato suggerito alla mia immaginazione da un brano di conversazione ascoltato per caso. Neanche io conosco il prima e il dopo della storia. Presumo si tratti di una sorta di naufragio: da ciò l’essere incluso nel capitolo in cui è incluso.
Il pezzo intitolato Sogno in forma di lettera è dovuto in parte a una lettura di Platone e in parte al rollio di una lenta corriera che andava da Horta a Almoxarife. Può darsi che nel passare dallo stato di sogno allo stato di testo abbia subìto cattive alterazioni, ma ciascuno ha il diritto di trattare i propri sogni come meglio crede. Al contrario le pagine intitolate Una caccia non aspirano a essere più che una cronaca e rivendicano l’unica virtù di essere fededegne. Similmente molte altre pagine, e mi sembra superfluo dire quali, sono mere trascrizioni del reale o di ciò che altri scrissero.
Infine lo scritto intitolato Una balena vede gli uomini, al di là di un mio vecchio vizio di spiare le cose dall’altra parte, si ispira senza dissimulazione a una poesia di Carlos Drummond de Andrade, che prima e meglio di me ha saputo vedere gli uomini attraverso gli occhi penosi di un lento animale. E a Drummond quel testo è umilmente dedicato, anche in ricordo di un pomeriggio a Ipanema in cui, in casa di Pl¡nio Doyle, egli mi parlò della sua infanzia e della cometa di Halley.
Vecchiano, 23 settembre 1982.
Esperidi.

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Post Scriptum

Una balena vede gli uomini

Sempre così affannati, e con lunghi arti che spesso agitano. E come sono poco rotondi, senza la maestosità delle forme compiute e sufficienti, ma con una piccola testa mobile nella quale pare si concentri tutta la loro strana vita. Arrivano scivolando sul mare, ma non nuotando, quasi fossero uccelli, e danno la morte con fragilità e graziosa ferocia. Stanno a lungo in silenzio, ma poi tra loro gridano con furia improvvisa, con un groviglio di suoni che quasi non varia e ai quali manca la perfezione dei nostri suoni essenziali: richiamo, amore, pianto di lutto. E come dev’essere penoso il loro amarsi: e ispido, quasi brusco, immediato, senza una soffice coltre di grasso, favorito dalla loro natura filiforme che non prevede l’eroica difficoltà dell’unione né i magnifici e teneri sforzi per conseguirla.
Non amano l’acqua, e la temono, e non si capisce perché la frequentino.
Anche loro vanno a branchi, ma non portano femmine, e si indovina che esse stanno altrove, ma sono sempre invisibili. A volte cantano, ma solo per sé, e il loro canto non è un richiamo ma una forma di struggente lamento. Si stancano presto, e quando cala la sera si distendono sulle piccole isole che li conducono e forse si addormentano o guardano la luna.
Scivolano via in silenzio e si capisce che sono tristi.

tratto da : Antonio Tabucchi – Donna di Porto Pym – 1983 Sellerio Palermo

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