Cinquecento anni di solitudine

primo articolo

tratto da Alias/ il  Manifesto

segnalato da Federico

Cinquecento anni di solitudine

Latinoamerica. Cinque secoli dopo l’Europa non riesce a guarire da un’antica malattia chiamata razzismo

Eduardo Galeano

Fine del secolo, fine del mil­len­nio, festa di com­pleanno. Il mondo del nostro tempo — mondo tra­sfor­mato in mer­cato, tempo dell’uomo ridotto a mer­can­zia — cele­bra i suoi cin­que­cento anni. Il 12 otto­bre del 1492 nac­que la realtà che oggi viviamo su scala uni­ver­sale: un ordine natu­rale nemico della natura, e una società umana che chiama «uma­nità» il venti per cento dell’umanità.

Nella loro let­tera pasto­rale, i vescovi della chiesa cat­to­lica del Gua­te­mala hanno chie­sto per­dono ai popolo maya e hanno reso omag­gio alla reli­gione indi­gena «che vedeva nella natura una mani­fe­sta­zione di Dio Ma il Vati­cano festeg­gia i cin­que­cento anni dell ‘arrivo della fede al con­ti­nente ame­ri­cano». Ma la fede non esi­steva in Ame­rica prima di Colombo? La con­qui­sta impose la sua fede come unica verità pos­si­bile, e cosi calun­niò il Dio dei cri­stiani ridu­cen­dolo al ruolo di Capo Uni­ver­sale di Poli­zia e attri­buen­do­gli l’ordine di inva­sione delle terre infe­deli. In quei tempi pro­fe­ti­ca­mente si comin­ciò a chia­mare libertà di comu­ni­ca­zione il diritto dell’invasore, signore della parola, con­tro i con­qui­stati senza voce.

Gli indios furono con­dan­nati per il fatto di essere «indios» o per­ché con­ti­nua­vano ad esserlo. I bar­bari che non si lascia­vano civi­liz­zare meri­ta­vano la schia­vitù. Quanti bru­cia­rono sui roghi per il delitto di cre­dere che ogni terra è sacra? Ado­rando la natura gli indios pagani pra­ti­ca­vano l’idolatria e offen­de­vano Dio. Offen­de­vano Dio o il capi­ta­li­smo nascente? Da allora è nata l’identificazione della pro­prietà pri­vata con la libertà: libertà di usare il mondo come fonte di gua­da­gno e oggetto di con­sumo. Da Carlo V alla dit­ta­tura elet­tro­nica: cin­que secoli dopo, il pia­neta è terra bru­ciata. E cin­que secoli dopo l ’Europa non rie­sce a gua­rire da un antica malat­tia chia­mata raz­zi­smo. Mis­sione di evan­ge­liz­za­zione, dovere di civi­liz­za­zione, orrore della diver­sità, nega­zione della realtà: il raz­zi­smo era ed è un sal­va­con­dotto effi­cace per fug­gire dalla storia.

I vin­ci­tori sono nati per vin­cere, i per­denti sono nati per per­dere. Se il destino è iscritto nei geni, la ric­chezza dei ric­chi è inno­cente di cin­que secoli di delitti e sac­cheg­gio e la povertà dei poveri non è un pro­dotto della sto­ria ma una male­di­zione della bio­lo­gia. Se i vin­ci­tori non hanno di che pen­tirsi, i per­denti non hanno di che lamentarsi.

Fine del secolo, fine del mil­len­nio, tempo dei disprezzo. Pochi pos­si­denti, molti pos­se­duti; pochi giu­di­cano, molti sono giu­di­cati: pochi quelli che con­su­mano, molti sono con­su­mati; pochi gli svi­lup­pati, molti i tra­volti. E i pochi, sem­pre meno, i molti sem­pre più: in ogni paese e nel mondo. Lungo que­sto secolo. Il diva­rio che separa i paesi poveri dai paesi ric­chi si è mol­ti­pli­cato per cinque.

Il mondo dei nostri giorni è il capo­la­voro di una scuola che potremmo chia­mare il rea­li­smo capi­ta­li­sta.Eduardo Galeano

Nella sua infi­nita gene­ro­sità il sistema con­cede a noi tutti la libertà di sce­gliere tra il capi­ta­li­smo e il capi­ta­li­smo, ma all’ottanta per cento dell’umanità è proi­bito l’ingresso nella società del con­sumo. La si può guar­dare in tele­vi­sione, que­sto sì: chi non con­suma cose, con­sumi fan­ta­sie di con­sumo. Il mondo asso­mi­glia ora a una qua­lun­que delle metro­poli latino-americane: immense peri­fe­rie asse­diano le for­tezze ine­spu­gna­bili dei quar­tieri di lusso. Non restano ormai nep­pure le mace­rie del pas­seg­gero muro di Ber­lino; ma è ogni giorno più alto e più mas­sic­cio il muro mon­diale che da cin­que secoli separa coloro che hanno da quelli che vor­reb­bero avere. Quanti sono caduti, e quanti cadono ogni giorno per volerlo sal­tare? Nes­suno li ha con­tati, nes­suno li racconta.

Fine del secolo, fine del mil­len­nio, tempo della paura. Il Nord è in panico al solo pen­siero che il Sud possa pren­dere sul serio le pro­messe della sua pub­bli­cità, così come l’Est ha cre­duto all’invito in Para­diso. Un sogno impos­si­bile: se l’ottanta per cento dell’umanità potesse con­su­mare con la vora­cità del venti per cento, il nostro povero pia­neta, già mori­bondo, mori­rebbe. Se lo sper­pero non fosse un pri­vi­le­gio, non esi­ste­rebbe. L’online inter­na­zio­nale che pre­dica la giu­sti­zia, si fonda sull’ingiustizia e ne dipende. Non è per caso che l’industria della paura garan­ti­sce oggi gli affari più red­di­tizi: il com­mer­cio delle armi e il traf­fico della droga. Le armi, pro­dotti della paura di morire: e le dro­ghe, pro­dotti della paura di vivere.

Tempo della paura: grandi buchi nella fascia di ozono, buchi ancora più grandi nell’anima.

Cin­que secoli fa nac­que que­sto sistema che ha mon­dia­liz­zato lo scam­bio ine­guale e ha fis­sato un prezzo al pia­neta e al genere umano. Da allora tra­sforma in fame e denaro tutto ciò che tocca. Per vivere, per soprav­vi­vere ha biso­gno della orga­niz­za­zione dise­guale del mondo così come i pol­moni hanno biso­gno dell ‘aria. Oggi­giorno la debo­lezza dei deboli, per­sone deboli, paesi deboli, è motivo di scherno o di pena.

La soli­da­rietà è pas­sata di moda. Però, quanto è forte la for­tezza dei forti? Il potere, ciglio della vio­la­zione, è pieno di vio­lenza, è pieno di paura. Corpo musco­loso spa­ven­tato dalla sua stessa ombra, corpo senz’anima, società disa­ni­mata. Corpo cieco di sé, smar­rito da sé: pro­prie­ta­rio di tutto, non è ormai padrone di sé. Non può più per­met­tersi altra pas­sione se non la pas­sione del con­sumo. Ha sacri­fi­cato il diritto alla vita, la sua pro­pria vita sugli altari del diritto di pro­prietà: e già ha comin­ciato a con­su­mare se stesso.

Donne e uomini del Sud e del Nord ci siamo riu­niti a Padova, que­sta set­ti­mana, per una nuova tappa del Tri­bu­nale dei Popoli. Abbiamo discusso il diritto internazionale.

Alla luce dei cin­que­cento anni dalla con­qui­sta dell’America, per­chéil diritto inter­na­zio­nale è figlio del diritto di con­qui­sta ed è segnato sulla fronte da quello che Fra­nçois Rigaux chiama «il suo pec­cato originale».

Ci hanno abi­tuato a dimen­ti­care ciò che merita memo­ria e a ricor­dare ciò che merita oblio: ma ci siamo riu­niti nella cer­tezza che il mondo non è «que­sto» mondo, né il diritto è «que­sto» diritto. Ci hanno abi­tuato a igno­rare la sto­ria per obbli­garci ad accet­tare iI tempo pre­sente come destino; ma ci siamo riu­niti nella cer­tezza che il mondo può e deve essere, la casa di tutti, e nella cer­tezza che che un altro diritto pos­si­bile, che non è quello che legit­tima l’ingiustizia e garan­ti­sce l’impunità di coloro che coman­dano, ser­vendo da alibi a un sistema che mai dice quello che fa né fa quello che dice. Que­sto è il nostro minu­scolo con­tri­buto a un com­pito immenso: la ricon­qui­sta della pie­nezza mutuata e della umana dignità della con­di­zione umana. Un nuovo secolo nasce, nasce un nuovo mil­len­nio. Tempo di spe­ranza. In viag­gio per I ’Ita­lia sono pas­sato per l’Andalusia. E là ho ascol­tato il ritor­nello di un canto fla­menco, el canto jondo, il canto pro­fondo che in tre bre­vis­simi versi risponde nel modo più vero alla civiltà che con­fonde l’essere con l’avere. Il ritor­nello mi è rima­sto den­tro, e ancora canta den­tro dì me. In que­sti giorni, durante le sedute del Tri­bu­nale, l’ho risen­tito varie volte, e ogni volta pen­savo: a Lelio sarebbe piaciuto.

E ho pen­sato: a Ser­gio, a Anto­nis sarebbe piaciuto.

E adesso, pen­sando a loro, e sen­tendo con loro, lo dico a voi:
Ho le mani vuote,
tanto ho dato senza avere,
ma le mani sono mie.

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